Il Tirreno

L’abbraccio a Giorgia applausi e lacrime per farle coraggio

di Alessandra Vivoli
L’abbraccio a Giorgia applausi e lacrime per farle coraggio

Oltre mille persone ai funerali in chiesa di Mauro Giannetti Il monito del vescovo: «Il lavoro deve dare la vita, non la morte»

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CARRARA. Quattro applausi. Una donna forte come una roccia, che sembra uno scricciolo. E il dolore che accomuna: le tifoserie, i cavatori e gli imprenditori. Una città intera e due comuni. L’addio a Mauro Giannetti è la cronaca di un pomeriggio difficile, anche per chi scrive. Un addio che comincia con una lunga attesa e si conclude con un lunghissimo applauso. Il quarto.

«Maurone passa prima dallo stadio. Arriva tra un po’». Potrebbe essere domenica qui davanti alla chiesa della Covetta. E potrebbe essere una domenica come tante con gli amici coi berretti calati, stretti nei piumini, che aspettano Mauro. Ma è giovedì. E alle 14 e 26 suonano la campane a morto. Mauro non si fermerà fuori.

Nella chiesa di Maria Santissima Mediatrice, a pochi passi dalla casa che condivideva con la compagna Giorgia, ci entrerà una mezz’ora più tardi, chiuso in una cassa di legno chiaro. Perché lunedì Mauro è morto in cava, nella cava Pulcinacchia cinque, a novecento metri di altezza, travolto da due tonnellate di marmo.

Ad aspettare Mauro sono quasi in mille. Gli amici. I tifosi. Gli ex compagni di scuola, quelli di vita. Le mamme degli amici. La gente di Avenza. E poi i lavoratori, i colleghi delle cave e gli imprenditori. Tutti insieme, seduti nelle stesse panche.

Oggi non ci sono i padroni e gli operai: oggi c’è solo uno stesso identico dolore. Quando arriva il carro funebre gli occhi delle mamme, delle nonne, di tutti, vanno al ventre di Giorgia Albertazzi, la compagna di Mauro. Giorgia che aspetta il suo bambino, il maschietto che nascerà a febbraio. Giorgia non sembra nemmeno incinta. Indossa un giaccone verde e un basco amaranto con la stella: un tributo alla Reggiana, la squadra della sua città, la squadra del cuore, quella che, durante un gemellaggio sugli spalti, gli ha fatto incontrare Mauro. Giorgia ha al collo la sciarpa della Curva nord e non piange.

Ha lo sguardo fiero: è uno scricciolo, ma oggi sembra una roccia. Il vescovo Giovanni Santucci, durante l’omelia funebre si rivolge proprio a lei, le dice che dovrà raccontare al bambino come era il padre. Giorgia non si piega. Nemmeno in quel momento. È una lezione di coraggio quella di questa giovane donna, lei e Mauro, lo ricorda dal pulpito anche padre Claudio Baleani, erano una coppia semplice, la loro era «una vita che aveva il verso giusto». Il “verso giusto” lo ha trovato anche oggi Giorgia, nel giorno più difficile.

Poi c’è tutto il resto. L’omelia del vescovo che si rivolge al mondo del marmo: «Perché il lavoro deve dare vita, non morte. Io vengo da una famiglia di marmisti e ho visto troppe tragedie. Bisogna fare qualcosa, tutti, per la sicurezza». Ci sono le istituzioni, i sindaci di Carrara e di Massa, Angelo Zubbani e Alessandro Volpi, il governo rappresentato dal sottosegretario Cosimo Maria Ferri e la Regione, dal consigliere Giacomo Bugliani. Ci sono i sindacalisti e tanti lavoratori, delle cave e del piano.

C’è Stefano Giannetti, il fratello di Mauro, trasfigurato dal dolore. Anche lui stringe al collo la sciarpa della Carrarese. Anche lui non si piega per il dolore, proprio come Giorgia.

E poi ci sono gli applausi. Quattro. Il primo all’entrata del feretro. Tre, in tre momenti diversi, all’uscita. L’ultimo è un applauso lunghissimo. Via Villafranca si ferma e la polizia municipale, chiamata a regolare il traffico, con grande sensibilità capisce, e aspetta. È come se quel carro funebre nessuno volesse farlo andare via. È come se la sua Avenza, i suoi amici, la sua gente, Maurone volesse tenerlo ancora un po’ lì. Proprio davanti a quella chiesa con cui si dava appuntamento con gli amici la domenica pomeriggio.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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