Il Tirreno

Il silenzio di Vignozzi rotto dal saluto al figlio

Il silenzio di Vignozzi rotto dal saluto al figlio

Occhi bassi, dimagrito e col volto tirato, così l’ex postino sul banco degli imputati Nemmeno una parola, solo una mano alzata guardando il “suo” Alessandro

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CARRARA. Giacca a vento blu. Jeans e scarpe da ginnastica. Tutto sembra di un o due taglie superiori. Roberto Vignozzi in quei vestiti ci affoga. Dalle foto che lo ritraggono a mezzo busto con un maglione girocollo rosso sembrano passati secoli, non meno di dieci mesi. L’immagine, mentre esce dalla porta dietro il bancone dei giudici e va a sedersi accanto ai suoi avvocati, guardato a vista dalle guardie penitenziarie, non sembra quella di un killer spietato che ha freddato con un colpo al cuore il maresciallo, e padre di famiglia Antonio Taibi.

Roberto Vignozzi, davanti ai giudici sembra un vecchietto impaurito. Ha le spalle e lo sguardo basso. Non gira mai la testa alla sua sinistra, dive sono seduti la vedova di Antonio Taibi, Maria Vittoria, e uno dei due figli, Carlo.

Non si volta nemmeno per una volta indietro dove, nelle file a metà dell’aula del tribunale di Massa dove si è appena aperto il processo, c’è il figlio Alessandro: non lo vede da sei mesi ma appena entrato in aula i suoi occhi sono rimasti fissi alla punta delle scarpe grigie e azzurre.

Roberto Vignozzi è arrivato in tribunale prima delle nove, direttamente dal carcere di Sollicciano dove divide la cella con il figlio Riccardo. Quello a cui, secondo i legali Enrico Di Marino e Francesca Turitto babbo Roberto passa gran parte del vitto. Quasi la metà di ogni pranzo e cena. Riccardo sta facendo palestra, sta mettendo su i muscoli. Babbo Roberto è l’ombra di se stesso. Per i suoi figli. Quelli per cui non ha esitato a mettersi nella giacca a vento la pistola semiautomatica e, il 27 gennaio di un anno fa, colpire in pieno petto il maresciallo che sui suoi ragazzi aveva svolto l’indagine legata allo spaccio di droga. In appello Alessandro è stato assolto. Lo ha dichiarato ieri in udienza l’avvocato Di Martino.

Ed era proprio Alessandro Vignozzi con i capelli appena tagliati e il volto di Cristo tatuato sul collo a guardare fisso la schiena del padre, durante tutta l’udienza. Non una parola in aula, solo quale frase scambiata in fretta, fuori, con i suoi avvocati. È solo al rientro dalla seconda camera di consiglio, quando Roberto Vignozzi ha attraversato la metà dell’aula per andarsi a mettere seduto accanto ai legali che padre, che lui e il figlio si sono guardati. Da lontano. Nessuna parola. Nessun sorriso. Gli occhi di Roberto Vignozzi hanno intercettato, per pochi secondi quelli del figlio minore. E babbo Roberto ha alzato una mano, con il palmo teso. Solo questo. Un cenno di saluto. Poi più nulla, fino alle dodici quando Roberto Vignozzi è ripartito per il carcere di Sollicciano.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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