Il presidio
«I beni estimati? Una balla per tenere lo status quo in cava»
Ildo Fusani: col regolamento del ’94 non potevamo far nulla «Dovevano essere accorpate le concessioni già vent’anni fa»
CARRARA. «I Beni estimati? Una balla che è diventata la giustificazione per non accorpare e razionalizzare le concessioni di cava».
Lo dice, senza giri di parole, Ildo Fusani, l’assessore al marmo che nel 1994, con l’allora sindaco Emilia Fazzi Contigli, fu artefice del regolamento degli agri marmiferi. Proprio quello tirato in ballo nella sentenza della Corte costituzionale che ha sancito l’anticostituzionalità dell’articolo 32 della legge regionale. «È un fatto - si legge nelle motivazioni della Corte - che il Comune di Carrara non ha mai incluso i Beni estimati tra quelli appartenenti al proprio patrimonio indisponibile e che quando, nel 1994, ha adottato il suo primo regolamento, che, ai sensi della legge mineraria del 1927, poneva fine alla vigente legislazione estense, quei beni non sono stati trattati».
Cominciamo da qui: Ildo Fusani perchè il regolamento degli agri marmiferi non ha trattato i beni estimati?
«Semplice, perché come ha chiarito la Corte Costituzionale, e come pensato da tutti prima di noi, l'amministrazione poteva disciplinare solo gli agri marmiferi. Il nostro regolamento, e questo non bisogna dimenticarlo fu un colpo di mano giacobino che mettemmo in atto nel periodo in cui Silvio Berlusconi voleva privatizzare tutto. Restava fuori un 30% delle cave, quelle con i beni estimati. Il regolamento poteva essere applicato lo stesso? Si, e si doveva applicare». «Ma che beni estimati - continua Fusani - L’errore vero, nel 1994, fu quello di trasformare il periodo transitorio per il rilascio delle concessioni da nove a tre anni: lo facemmo e accettammo questa mediazione su richiesta dell’allora Pds. Se avessimo lasciato la transizione a tre anni con la giunta Fazzi avremmo messo a punto tutto. Poi sappiamo tutti come è andata a finire, la nuova giunta ha fatto saltare tutto».
Qual’è la strada per mettere mano alla questione delle cave private?
«È molto semplice. La via maestra era quella di classificare tutte le cave come miniere, come ha fatto la Regione Calabria. Questo non è stato fatto. C’è un’altro percorso indicato proprio dalla Corte Costituzionale: bisogna andare a ricostruire quello che Maria Teresa aveva concesso nel 1751 e scinderlo dal resto, da quella parte di cave in cui gli imprenditori si sono allargati e che, facendo parte dell’agro marmifero, è di proprietà del Comune che può quindi rivendicare i proprio diritti È quindi necessaria una ricognizione che doveva essere fatta prima e che anche in questi vent’anni non è mai stata affrontata».
Cosa bisognava fare e secondo lei non è stato fatto dal 1994 ad oggi?
«In questi anni si dovevano fare tre cose: prima di tutto censire i beni estimati, cosa che non è stata fatta. Il passo successivo era quello di aprire un’azione di rivendica nei confronti dei privati rispetto alle occupazioni abusive. Ma la prima cosa da fare, e che bisognava fare, era la razionalizzazione delle cave e gli accorpamenti delle concessioni: un passo necessario anche soprattutto per consentire una lavorazione in sicurezza rilasciando, una volta per tutte, vere concessioni, che non consentano agli occupanti, ad ogni cambio del vento, di pretendere più ampi diritti».
Per finire una domanda che, i non addetti ai lavori si fanno in questi giorni: ma cosa sono i beni estimati?
«La vicenda dei beni estimati attiene la nascita della proprietà fondiaria in Europa. Beni estimati è una definizione di carattere patrimoniale e che descrive i terreni di cava: così come è stata affrontata è materia civilistica. La legge regionale, così com’era stata impostata ha favorito il ricorso degli industriali. La Regione, come un prestigiatore ha cercato di tirare fuori il coniglio dal cilindro. Ne è uscito un drago e ora nel cappello non ci può più rientrare».
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