Il presidio
PIU’ POLITICA E MENO TRIBUNALI
di ARONNE ANGELICI Beh, ha ragione il presidente della Regione Enrico Rossi nell'affermare che la sentenza della Corte costituzionale sui beni estimati fa chiarezza e costituisce un punto di partenza...
di ARONNE ANGELICI
Beh, ha ragione il presidente della Regione Enrico Rossi nell'affermare che la sentenza della Corte costituzionale sui beni estimati fa chiarezza e costituisce un punto di partenza certo. Oddio, ci sono voluti due secoli e mezzo per determinare che tocca allo Stato stabilire se i beni estimati siano pubblici o privati, c'è da augurarsi che non ne occorrano altrettanti per avere una legge dal Parlamento.
La decisione della Corte è stata neutra, ha determinato il soggetto (lo Stato e non la Regione) che deve legiferare in materia ma in vari passaggi della motivazione della sentenza si coglie il senso, la constatazione se vogliamo stare neutri, che comunque Comune e Regione abbiano perso in passato occasioni importanti per poter mettere una pietra sopra le leggi estensi .
Certifica la Corte: «Le vicende successive all'editto del 1751, sono segnate da una sequenza di plurisecolari inefficienze dell'amministrazione, che hanno impedito le verifiche e gli accertamenti necessari a porre ordine alla materia». Inglobare nel pubblico le porzioni private di i cava, i beni estimati appunto, era un punto forte della nuova legge regionale e non solo un comma. Si istituiva un regime concessorio unico e attraverso questo, con un occhio all'Europa, si introduceva l'elemento dell'asta delle concessioni, seppur dopo venti anni. Gli articoli della legge regionale che riguardano le aste in realtà restano tutti in piedi anche dopo la sentenza ma la presenza di ambiti misti tra proprietà comunali e beni estimati rende di fatto difficoltoso per non dire impossibile praticare questa strada. Lo afferma anche nel ricorso lo stessa Regione.
Gli industriali anche per questo possono tirare il fiato. Certo è che se la legge regionale, pur orfana dell'articolo 32, va avanti, come pare, il problema resta perché il Parlamento potrebbe legiferare e decidere sui beni estimati. Immaginiamo comunque contenziosi. Ed è per questo che, a nostro avviso, la soluzione vera al problema della regolamentazione dell'estrazione del marmo, con regole che tengano conto delle ragioni dell'industria ma anche (e diciamolo, soprattutto) delle ragioni dell'ambiente, del corretto rapporto tra estrazione e filiera di lavoro sul territorio, beh queste regole non possono venire fuori esclusivamente da battaglie tribunalizie.
Serve un accordo, serve un tavolo che riprenda in mano la legge regionale e che all’interno degli indirizzi già determinati risolva le questioni. Un accordo che si concluda, nei limiti del possibile, con la fine della guerra dei ricorsi, anche contro il Comune.
Alla vigilia dell'udienza della Corte, a metà settembre, l'associazione industriali parlando a nuora (il sindacalista Cisl Andrea Figaia) perché suocera intendesse, aveva espresso una linea interessante. Testualmente: «Comunque vada, più che alla sentenza della Corte, è alle leggi regionali, possibilmente emendate, che tutti dovremo fare riferimento per gestire le cave nel rispetto delle regole e per sostenere gli investimenti e l'occupazione di cui il territorio di Massa Carrara ha estremo bisogno». Aggiungendo che da parte degli industriali c'è comunque la disponibilità a pagare i canoni anche per i beni estimati . Una linea che ritroviamo anche nella nota stampa del dopo sentenza. Ecco ripartiamo dal confronto e non lasciamo tutto nelle mani degli avvocati.
Ps: Attenzione ai radicalismi. Sapere se i beni estimati siano pubblici o privati potrebbe essere irrilevante se passa la linea, che ha i suoi numeri, di andare verso una progressiva chiusura delle cave.
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