Il Tirreno

Diagnosi in ritardo, giovane mamma muore di tumore. Ma l'Asl non paga il maxi-risarcimento ai figli

di Chiara Sillicani
Diagnosi in ritardo, giovane mamma muore di tumore. Ma l'Asl non paga il maxi-risarcimento ai figli

Il tribunale ha riconosciuto ai figli della signora un risarcimento da 250.000 euro. Peccato che i soldi non siano stati ancora versati, azione che ha spinto gli avvocati a chiedere il pignoramento dell'azienda 

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MASSA. Lei era certa che ci fosse stato un errore, certa che se otto mesi prima, quando si accorse di avere alcuni noduli al seno, le avessero detto che si trattava di tumore, non avrebbe conosciuto il terribile decorso che l’ha portata a combattere per anni contro il cancro, con le metastasi in ogni angolo delle sue ossa. Una battaglia che il tumore ha vinto: ha sconfitto lei, madre di due figli, a poco più di 40 anni.

E adesso che non c’è più e la sua battaglia la portano avanti per lei i familiari, la Corte di appello, studiate perizie e contro perizie, le dà ragione e riconosce che se la diagnosi di tumore fosse stata fatta in sede di prima visita, lei avrebbe avuto almeno due anni in più di vita. Due anni tolti ai suoi figli: è a loro, infatti, che adesso i giudici di Genova riconoscono un risarcimento danni di 250.000 euro. Risarcimento che devono garantire l’azienda sanitaria e il medico Asl che fece la visita. Ma dall’azienda di soldi non se ne vedono, tanto che gli avvocati della donna hanno attivato le procedure di pignoramento.

È il 2003 - i legali dello studio Firomini Martini ricostruiscono la vicenda - quando la quarantenne, nota professionista massese, si accorge che al suo seno qualcosa non va. Sente dei noduli, si allarma e si sottopone ad una vista: il referto - spiegano gli avvocati - è rassicurante. L’invito è ad effettuare un controllo dopo sei mesi. E quel controllo la paziente lo fa, seppur non dopo 6, ma dopo 8 mesi (elemento che pesa a suo svantaggio nella sentenza). E il referto di chi la visita la seconda volta è pesante: nel seno della donna si annida un tumore maligno e aggressivo, non c’è tempo da perdere. Rispetto a 8 mesi prima, il cancro ha raddoppiato il suo volume e le percentuali di sopravvivenza per la paziente si sono ridotte. Se alla prima visita - stando alle perizie - il rischio di morte a 10 anni dalla diagnosi era del 7%, alla seconda è salito a 21%. Per la paziente comincia il terribile iter delle cure, a Milano.

È il 2005 quando la professionista chiede aiuto alla studio legale Firomini-Martini ( a cui si aggiungerà, a rappresentare i figli, l’avvocatessa Francesca Gaggi): certa che il primo referto tranquillizzante abbia consentito l’aggravarsi della malattia, decide di intentare una causa civile contro il medico e contro l’azienda sanitaria, per il risarcimento del danno. Comincia un iter nella aule di tribunale che lei non vedrà concludersi: dopo 9 anni dalla prima diagnosi, il tumore torna. Una recidiva che non le lascia scampo, il cancro aggredisce le ossa, la costringe a convivere con dolori atroci, poi se la porta via, strappandola a due ragazzi, ancora minorenni.

In primo grado la domanda di risarcimento viene rigettata, ma lo studio Firomini Martini non molla e ricorre in appello: lo scorso agosto la sentenza. Se la diagnosi fosse stata fatta alla prima visita - per semplificarne il significato - la professionista avrebbe avuto almeno due anni di vita in più. Possibilità definita in base a statistiche, studi medici e perizie. Per quei due anni in cui non hanno potuto godere dell’amore della loro mamma, la Corte di appello di Genova riconosce ai due figli un risarcimento totale di 250.000 euro a cui - spiegano i legali - sono obbligati in solido il medico che ha fatto la visita e l’azienda sanitaria di cui è dipendente.

«La sentenza - spiegano i legali - è esecutiva, il risarcimento deve essere garantito». Ma ai due ragazzi non è ancora stato versato un centesimo tanto che gli avvocati hanno deciso di attivare la procedura di pignoramento: «Lo scorso 6 settembre è stato notificato il precetto, vale a dire l’atto formale di intimidazione al pagamento entro 10 giorni, ma non sono arrivate risposte». Così per il medico è scattato il pignoramento della casa e adesso è partita la procedura per il pignoramento mobiliare dell’Asl. Non edifici o strutture, nè - la legge non lo consente - macchinari utilizzati per la cura o la diagnosi delle malattie. Si tratta quindi di capire cosa possa essere pignorato all’azienda sanitaria.

L’ufficio legale sta facendo il punto: «In Italia ci sono stati casi di pignoramento del fondo cassa del centri prenotazioni. Del resto a noi non risulta che, nel bilancio dell’Asl, sia previsto l’accantonamento di una cifra pari a quella stabilita dalla Corte di Appello di Genova». Si tratta di capire, dicevamo, cosa possa essere pignorato all’Asl: sono in corso anche valutazioni di opere d’arte donate all’azienda, una di queste avrebbe un valore intorno ai 150.000 euro. E tutto per dare esecuzione ad una sentenza e risarcimento a due ragazzi senza alcuna fonte di reddito. E senza la mamma.

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