Il presidio
Ecco da dove arrivano le terre in discarica a Montignoso
Provengono dall’ex Farmoplant, ma i valori sono nella norma. Le analisi sostengono che sono rifiuti non pericolosi
MONTIGNOSO. I segni sullo sterrato dei Quattordici camion all’uscita dalla discarica di Montignoso sono più leggeri: due giornate di lavoro e un bel pò di scarrabili che entrano pieni ed escono vuoti. È il 26 di settembre e già da circolano storie di ogni tipo su quei rifiuti. Terre inquinate, senza autorizzazioni che dalla ex Farmoplant arrivano alla discarica di Cava Fornace. No, aspettate un attimo. Le autorizzazioni ci sono e anche le analisi: «sono piene di idrocarburi». Ma non dovrebbero esserci pesticidi? Troppa confusione su quelle terre arrivate dall’area La Victor, dove al momento sono in corso degli accertamenti per stabilire se bisogna procedere a nuove bonifiche, alla discarica di Montignoso: una materia importante, sulla quale non si può improvvisare senza correre il rischio di creare il panico tra i cittadini. Nessuno vuole un veleno per vicino.
Bisogna tracciare il percorso all’indietro di quelle terre. Da dove vengono? Cosa nascondono in pancia? Si sta parlando delle terre ex Farmoplant, esploso negli ani ottanta del secolo scorso. «La bonifica fu fatta ormai decenni fa e sono stati fatti dei buchi per togliere la terra inquinata. I buchi rimasti furono coperti con della terra che chi fece la bonifica allora comprò non so dove», dice Gianpaolo Nadalini, direttore tecnico di Programma Ambiente Apuane per la discarica di Montignoso. Prendo, scavo e poi riempio con materiale pulito. O presunto tale. E aggiunge. «Quello che è arrivato qui è quel materiale lì. L'Arpat verificò che la bonifica fossa fatta a buon fine e stabilì che quel materiale non avesse le specifiche per fare da “tappa buchi”, diciamo così. C’è un verbale di una conferenza di servizi con l'Arpat indicava come "non idoneo il materiale di riporto”». Non era comunque la terra che stava sotto la Farmoplant che bruciava.
La legge prescrive che qualunque rifiuto, prima di entrare in una discarica come Cava Fornace, debba essere prima analizzata dal produttore del rifiuto. Quindi questi incarica un laboratorio e fa fare l'analisi. Dopodichè la discarica ha l'obbligo, prima di accettare il rifiuto oppure durante l'accettazione di fare le analisi del caso. Anche qui, sarà un laboratorio certificato a effettuarle.
Quelle analisi esistono. Le ha fatte Ecol Studio, sulle terre prodotte da Dal Pont snc, che sta scavando nella zona. Le prime, che sono di competenza del produttore, Dal Pont dunque, rivelano tra le altre cose livelli di idrocarburi di 182 milligrami per chilo. Valori che detti così, ci rendiamo conto, dicono poco.
Bisogn a infatti confrontarli con i prelievi del 17 agosto che un altro laboratorio di analisi fa sulle terre ex Farmoplant per conto della Edison. Sono le temute terre che sarebbero arrivate in barba ai regolamenti a Cava Fornace. Dai prelievi del 17 agosto, su uno dei lati dello scavo, quello lato mare, il risultato sarebbe di 2.300 milligrammi per chilo. C’è una differenza evidente, anche per l’occhio non esperto. «Peraltro – spiega Nadalini – i limiti imposti dalla legge di idrocarburi per chilo perché un rifiuto possa essere conferita qui sono ben più alti: si parla di 25.000».
C’è di più. Secondo le denunce a Cava Fornace sono arrivate duecento tonnellate di materiale. Secondo Simone Fialdini, geologo del comune di Massa, le escavazioni della Edison avrebbero rimosso «sì e no 80 tonnellate di materiale: un’area di cinque metri quadrati circa per uno di profondità». E sostiene anche che fino a tre settimane fa, sua ultima visita sul posto, «gli scarrabili erano tutti pieni di quella terra».
Il quadro pare chiarirsi. Qualche velenoso fiato lo allontanano anche le controverifiche fatte sempre da Ecol Studio per la discarica. «Quando sono entrati i quattordici camion – spiega Nadalini – ho fatto campionare il materiale uno sì, uno no. Dalle analisi niente Dossina o Pvc, ma nemmeno fitofarmaci».
È il punto fermo su questa vicenda. Si aspettano ancora le controanalisi di Arpat, ma si direbbe di sì. «Siamo qui a discutere dell’impianto come se fosse appena stato creato – dice il sindaco Gianni Lorenzetti – ma è da dieci anni che quella discarica è adatta ai rifiuti non pericolosi e certificata dalla regione. Io ho sentito l’Arpat, mi hanno detto che è tutto regolare. Mi fido. Se qualcuno ha documenti diversi li mostri e farò un’ordinanza di chiusura per la discarica domattina stesso». Altrimenti, meglio la cautela.
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