Il presidio
Tassa rifiuti illegittima per i depositi di marmi
La Commissione tributaria accoglie il ricorso di una ditta per la Tarsu sui piazzali. Ma il Comune insiste: faremo ricorso, quelli spazi sono come negozi
MASSA. Super evasori della tassa sui rifiuti o imprenditori “vessati” da un tributo ingiusto? È “guerra” tra Comune e aziende di marmo sul pagamento della Tarsu. Una guerra in cui sono in gioco cartelle esattoriali da svariate centinaia di migliaia di euro.
Il fatto è che i depositi di marmi e graniti della zona industriale di Massa per anni non hanno pagato l’imposta sui rifiuti. Semplicemente perchè il Comune non gliela chiedeva. Poi, è arrivata l’amministrazione Volpi, ha fatto accertamenti e ha cominciato a spedire le cartelle. Che, fra arretrati e more, arrivano a cifre davvero consistenti. 210mila euro per la Sten di via Massa Avenza, una cifra attorno al mezzo milione di euro per il maxi piazzale della Red Graniti in via Dorsale, ingiunzioni sopra i 100mila euro per altri depositi della zona.
Ma alcune aziende hanno fatto opposizione contro facendo ricorso alla commissione Tributaria provinciale di Massa-Carrara. Che ha dato loro ragione. Con una sentenza depositata lo scorso 5 ottobre (relatore il presidente Gioacchino Trovato), la Commissione ha dichiarato illegittima la Tarsu applicata dal Comune di Massa alle aree scoperte adibite a deposito di blocchi di marmi e graniti.
Le cartelle degli arretrati Tarsu (oggi Tasi) alle aziende erano stati notificati nel 2015. Tra i destinatari M+Q Italia Spa, Red Graniti Spa, Sten Spa, vale a dire i più grandi del settore. Negli avvisi di accertamento il Comune applica alle aree scoperte di queste aziende (ai piazzali di deposito, cioè) le stesse tariffe al metro quadro previste per i locali adibiti ad esposizione di merci. In altre parole ha equiparato i depositi a negozi di mobili o concessionari d’auto. Logico che essendo queste aree di grandi dimensioni, l'applicazione della tariffa al metro quadro ha fatto impennare il conto: ad esempio a M+Q Italia il Comune ha chiesto oltre 210 mila euro per tre anni d'imposta (2010, 2011 e 2012).
Ebbene, alcune aziende hanno presentato ricorso contro questi accertamenti alla Commissione tributaria provinciale. Che con una prima sentenza, relativa al ricorso della M+Q, ha piena ragione ai ricorrenti. Con queste motivazioni: i depositi di blocchi – ha ragionato la Commissione – producono rifiuti speciali, cioè pezzi e scaglie di marmo che, come tali, sono smaltiti (come vuole la legge) dalle imprese a loro spese e conferiti in discarica. Non producono, invece, rifiuti solidi urbani (quelli raccolti dall’Asmiu e portati al Cermec) “in quantità apprezzabile ai fini della imposizione del tributo”. Dunque, gli avvisi di accertamento della Tresu, sentenzia il giudice, devono essere annullati.
«Faremo immediato ricorso, contro questo pronunciamento», è la decisa reazione dell’amministrazione. «I depositi di marmo non sono laboratori che producono marmettola o altri rifiuti speciali – controbatte l’assessore al Bilancio Giovanni Rutili – ma sono un’esposizione di merci al pari delle auto in un concessionario o dei mobili in un negozio di arredamento. E quindi devono pagare la Tarsu».
Rutili rivendica «che l’amministrazione ha avuto il merito di fare pagare la tassa a chi non l’ha pagata per anni e si prepara a dare battaglia. Intanto, altre aziende, fra cui, pare, la Red Graniti, stanno trattando con il Comune per arrivare a accordi stragiudiziali, ossia “accertamenti con adesione” come vengono definiti. «Ben vengano questi accordi – chiude Rutili – ma sia chiaro che il principio che la Tarsi siu paga rimane intatto». Anche perchè in ballo, per il Comune ci sono entrate parecchio pesanti.
Claudio Figaia
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