Il Tirreno

Suicida per la casa all'asta, i funerali con la canzone “sua” e di Gabbani

Suicida per la casa all'asta, i funerali con la canzone “sua” e di Gabbani

Carrara, la figlia Serena decide di parlare e di raccontare suo babbo: «Mi ricordo quando mi portò a vedere il terreno dove ha costruito la nostra casa. Ha fatto tutto da solo: ci ha insegnato, a me e a mio fratello, che nella vita bisogna sempre rimboccarsi le maniche»

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CARRARA. Quella canzone l’aveva composta qualche anno fa. Nella mansarda dove ha deciso di mettere fine alla sua vita. Una canzone che parla di gioia e di bambini e che aveva musicato l’amico cantautore Francesco Gabbani. Quel brano «Il cuore di un bambino» è stata suonato lunedì 3 (alle ore 15) nella chiesa di Bonascola, ai funerali di Giuseppe Pensierini. «Se ne va un uomo buono, un uomo che ha saputo nascondere dietro al sorriso ilo suo dramma»: lo ripetono gli amici, quelli veri, quelli che Giuseppe lo conoscono da una vita.

Una vita semplice, quella di Giuseppe e la moglie Antonella, allietata dai nipotini e dall’aver visto, dopo tanti sacrifici i due figli, Serena e Massimiliano, “sistemati”. «Io mio babbo me lo ricordo a lavorare, sempre, fin da quando ero piccola - racconta Serena nel giorno del dolore e dell’orgoglio - Mi ricordo quando mi portò a vedere il terreno dove ha costruito la nostra casa. Ha fatto tutto da solo: ci ha insegnato, a me e a mio fratello, che nella vita bisogna sempre rimboccarsi le maniche».

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È quello che Giuseppe ha fatto fin da bambino: «Non aveva finito neppure le scuole medie per mettersi a lavorare» continua il racconto di Serena. E da muratore si era ritrovato a capo di un’azienda florida, con cinquanta dipendenti. Erano gli anni del boom, del lavoro, quelli in cui la crisi dell’edilizia non era ancora diventata il liet motive di tanti rapporti di economia. «Dieci anni fa sono cominciate le difficoltà - prosegue la figlia - ma sembrava che mio padre potesse reggere il colpo. Aveva trovato un altro lavoro, all’estero, aveva ricominciato da zero. Sembrava potesse rimanere in piedi, fino a che non gli hanno toccato la casa».

«Un anno fa io ho avuto un segnale forte, che non mi ha fatto più stare tranquilla - prosegue - Mio babbo scrisse all’avvocato che se gli avessero tolto la casa ci si sarebbe impiccato dentro. E questo discorso lo ha fatto ancora, poco tempo fa, a uno dei suoi più cari amici. “Da quella casa mi ci portano via morto”. Così aveva detto il babbo».

Una epilogo tragico che il pomeriggio di venerdì, dopo le cinque, diventa una terribile realtà. «Ero in macchina con i bambini, continuavo a schiacciare il numero di casa, con il vivavoce si sentivano quegli squilli a vuoto. Ho chiamato mio babbo venti volte. Poi ho detto a mio marito: “vai a vedere, è successo qualcosa”. Mia mamma aveva avuto lo stesso pensiero, si sono trovati fuori dal cancello. Hanno visto la macchina in garage e hanno capito: lui aveva detto che doveva uscire, che doveva andare a Sarzana. Invece aveva già deciso di morire».

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