Il Tirreno

Coppia condannata per lo spaccio, ma non per omicidio

Pene lievi del giudice per Andrea Tesconi e Letizia Donati Erano accusati di aver fatto morire Andrea Salvadori

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MASSA. Non è stata la dose di eroina che gli avevano appena venduto ad uccidere Andrea Salvadori, l’uomo trovato senza vita all’interno della sua automobile, una Volkswagen Golf grigia, in un parcheggio a Marina di Massa. Il giudice Fabrizio Garofalo è stato convinto dall’avvocato Enzo Frediani, che difendeva i due imputati Andrea Tesconi e Ilaria Donati. Il legale durante la sua arringa aveva citato diverse sentenze della cassazione, invocando lo spaccio di minima quantità per i suoi assistiti: «Non riuscivano nemmeno a pagare le bollette, non sapevano come fare a mangiare senza l’aiuto dei genitori che gli facevano la spesa». Il pubblico ministero Alessandra Conforti invece aveva chiesto una pena di dieci anni per entrambi, «perché con la cessione dello stupefacente avevano causato il decesso». Frediani aveva citato la suprema corte, che proprio dal 2014, anno in cui Salvadori perse la vita, ha cominciato a distinguere i piccoli pusher dai grandi trafficanti. Così Tesconi è stato condannato a tre anni e nove mesi (resterà in cella soltanto perché nel 2010 è evaso dai domiciliari) e Donati a due anni e tre mesi. La donna era ai domiciliari ma tornerà in libertà.

Salvadori era stato trovato senza vita nella sua Volkswagen Golf grigia, dietro la chiesa dei Servi di Maria. Nonostante il via vai di persone la vettura con il cadavere era rimasta lì due giorni senza che nessuno si accorgesse di nulla. Nell’abitacolo c’era una siringa sporca di sangue e una borsa da donna. Quest’ultima all’inizio sembrava la soluzione del caso, invece si era rivelata una falsa pista. O meglio la proprietaria aveva passato la notte insieme a Salvadori e a un altro uomo dando vita a una sorta di festino a base di sesso e cocaina. Il terzetto si era congedato la mattina seguente, però. E Andrea stava bene. Ma Salvadori non ne aveva abbastanza e quindi salutati i due amici aveva chiamato Tesconi (i due avevano contatti settimanali): la telefonata è stata l’ultima fatta con il suo cellulare. Era andato a casa del pusher e aveva acquistato l’eroina. In auto si era iniettato lo stupefacente in vena.

La difesa però ha dimostrato che il principio attivo della droga era davvero minimo e che non poteva aver causato la morte del giovane. Frediani ha smontato anche l’altra accusa, quella che vedeva i due fidanzati come gestori di un grosso giro di spaccio. Il giudice Garofalo ha riconosciuto invece che l’eroina che cedevano serviva soltanto all’uomo per tenere sotto controllo la sua tossicodipendenza. Tanto che per sopravvivere avevano bisogno dei genitori, che pagavano bollette e facevano la spesa.

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