L’esempio di Brugiana, lavoro e natura contro droghe e alcol
Un centro costruito a mo’ di paese sulla cima del monte. È uno dei pochi in Italia ad aver rifiutato l’uso dei farmaci
MASSA. Un uomo muscoloso sistema i gerani del vivaio togliendo, una a una, le foglie secche, con delle forbicine che appaiono ancora più piccole nella sua mano enorme. Poi si sofferma a guardarli un po’, con la testa leggermente piegata da un lato, come se si stesse guardando allo specchio. Intorno a lui una distesa infinita di fiori e colori, da cui si alza a tratti un odore di lavanda e eucalipto talmente forte che sembra incenso. «Il nostro obiettivo è armonizzare il disarmonico e i fiori sono armonia. Per questo i muratori qui sono anche vivaisti: devono essere circondati dal bello», spiega Adriano Cacciatore, fondatore della Comunità Monte Brugiana, un paese, più che un centro, di recupero per ex tossicodipendenti, alcolisti e ludopatici, piazzato proprio sulla punta del monte.
Si raggiunge salendo su su, sulle Alpi Apuane, attraversando Lavacchio, Bargana, Bergiola Maggiore e poi ancora su, per sei chilometri, in mezzo ai boschi e alla polvere della strada sterrata, fino a quando si attraversa un cancello e sembra di essere fiondati nel Pianeta verde di Coline Serreau, un mondo fantastico dove l’uomo è in armonia con la natura. All’ingresso si sente il fruscio di una cascatella che alimenta una vasca piena di pesci rossi e la voce leggera dei bambini che chiamano la mamma: «Ci sono persone nuove mamma, vieni». In alto, sulla sinistra, si snodano precise le case, tutte con le pareti esterne fatte di mattoncini rossi e grigi e le rifiniture in legno e gli alberi che fanno ombra nei cortiletti. Sulla destra un piazzale enorme da cui si vede tutta la costa spuntare sotto la nebbia. «Quando c’è bel tempo si vede anche la Corsica», dice orgoglioso Cacciatore, iniziando poi a raccontare la storia di quel posto.
La comunità è nata come comunità cristiana a Pisa nel 1982 in collegamento con la Comunità di San Patrignano. Due anni dopo iniziano i lavori per il trasferimento a Massa, proprio sul monte Brugiana, che all’epoca era solo un cumulo di sassi. La comunità è stata costruita negli anni dagli ospiti della struttura, pezzo per pezzo, casa dopo casa, laboratorio dopo laboratorio ed è in continua trasformazione.
Attualmente, nei quaranta ettari in cui è dislocata, ci sono: un caseificio, un oleificio, una macelleria, un pastificio, un forno, un vigneto, l’orto e un frutteto. E ancora: i laboratori di ceramica, di vetro e disegni sul vetro, la falegnameria, il fabbro. E poi la lavanderia, la mensa, una biblioteca, una cappella in cui i posti a sedere sono stati realizzati con le sedie dell'aula magna del liceo scientifico Marconi di Carrara. Tutto, nella comunità, è stato realizzato con materiale di riciclo. «Noi prendiamo quello che la società butta via, incluso le persone», ironizza Cacciatore.
Chi arriva sul monte Brugiana è perché non ce la fa più. Non ce la fa più a vivere attaccato a una bottiglia di crack o a girare di notte come un topo alla ricerca di una dose di eroina. Non ce la più a rimanere incollato giorni interi a una slot machine o a non riuscire a rimanere lucido. Vuole godere della vita, ma non ce la fa. Il suo istinto di morte si è divorato completamente quello al piacere e l'autodistruzione è diventata un atto più inconscio del respirare. Arriva in fondo all'inferno e poi risale boccheggiando per chiedere aiuto. Lascia tutto e va in montagna. Chi ha figli, se li porta dietro. Il resto rimane a valle: famiglia, amici, telefoni, feste, bar, negozi, centri commerciali. La vita riparte fuori dalla società, nella natura, senza fretta. «Un programma dura almeno cinque anni - spiega Andrea Cacciatore, figlio di Adriano e psicologo all'interno della comunità - ma ci sono persone che sono qui anche da dieci, perché hanno deciso di rimanere».
Attualmente sono circa 120 gli ospiti della struttura. C’è chi aveva problemi con le droghe, chi con l’alcool, chi con il gioco. Ma la “terapia” è uguale per tutti, uomini e donne, adulti e minorenni, anche se di fatto si tratta di due comunità quasi distinte: quella femminile e quella maschile. «È importante che uomini e donne rimangano separati per non rischiare che inizino relazioni qui dentro - spiega lo psicologo - Sia chiaro, non è sbagliato di per sè. Ma il rischio è che una persona colmi il vuoto di una dipendenza con un’altra. Le relazioni possono essere un sostitutivo. Ed è importante che una persona prima riesca a stare bene da sola».
Gli ospiti sono divisi in 40 gruppi di lavoro: muratura, cucina, lavanderia, caseificio e via dicendo. L’agricoltura invece impegna un po’ tutti e con l'orto raggiungono il 70% della sussistenza. Il pane si fa a turno, alle 5.30. «Hanno ritmi ben definiti - spiega Adriano Cacciatore - Si svegliano, mettono in ordine la stanza, poi vanno a fare colazione alle 7.30. Alle 10 c’è pausa sigaretta e alle 13 il pranzo. Poi di nuovo a lavoro con un'altra pausa nel pomeriggio e la cena alle 19.30. Avere ritmi e routine serve per riordinare il disordine che è in noi e prepara a tornare in una società che di per sé è caotica». L'approccio spirituale è una delle caratteristiche di questa comunità, una delle poche in Italia ad aver rifiutato l'uso di farmaci o metadone. La cura passa attraverso il contatto con la natura e la riscoperta del sé. «Sono persone, quelle che arrivano in comunità - spiega il fondatore - che hanno sempre pensato di non essere buone a nulla. Lavorare aiuta a scoprire che non è così, ad avere fiducia in sé». Qualcuno trova rifugio anche nella religione, soprattutto gli uomini, e lo si nota nelle miriade di crocifissi appesi sopra i letti. «È nata come comunità cristiana - spiega Adriano - ma non è obbligatorio credere in dio. Nulla di quello che è spirituale può essere obbligatorio. Però adottiamo il modello cristiano della comunità, della collaborazione, del vivere insieme, della solidarietà».
Non ci sono infatti momenti in cui un uomo o una donna possa isolarsi, con telefoni, computer o quant'altro. «Anche la musica non si ascolta con le cuffie, ma insieme, con le casse». Gli ospiti sono seguiti 24 ore su 24 da un educatore. E questa è un'altra caratteristica della comunità Monte Brugiana: non si nota chi è l'educatore e chi la persona da rieducare, perché l'operatore vive in mezzo agli altri, tutto il giorno, tutti i giorni. E guarda, osserva, dà consigli, quando necessario, ma senza lettino, senza seduta psichiatrica, come una chiacchierata tra amici. «È tutto molto strutturato, ma all'apparenza non strutturata. Qualcuno si trova dentro qualcosa senza sapere di esserlo», spiega Cacciatore. Negli ultimi anni è esploso il fenomeno dei minori. Sono 16 attualmente e ci sono anche tredicenni. «Molti di loro hanno iniziato a fumare eroina, perché alienati da una società che li ha respinti - spiega lo psicologo - fino a trovarsi dentro qualcosa più grande di loro». E adesso sono lì, nel Monte Brugiana: continuano a studiare, contribuiscono ai lavori della comunità, si riscattano lentamente da una vita che, prima, non erano riusciti a vivere. In libertà.
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