Il Tirreno

«Mi hanno picchiato e buttato una bomba nel salotto di casa»

Al processo sulla faida dei Poggi tra reticenze e non ricordo Parla un uomo finito nel mirino della gang dei Ricci

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MASSA. Difficile far ripetere quello che hanno detto a polizia e carabinieri e polizia poco più di un anno fa ai testi che si presentano in aula per raccontare la faida dei Poggi, che vede alla sbarra i fratelli Pablo e Mattia Ricci e Thomas Quadrella, difesi dall’avvocato Alessandro Maneschi. Difficile per in padre di Manuel, un ragazzo che prima era amico di Mattia ma che ha avuto seri problemi con lui in seguito a un prestito di circa mille euro mai restituito. Per questo il giovane era stato picchiato e per questo il padre è stato pestato due volte (la seconda è finito al pronto soccorso in ambulanza), altrettante volte gli è stata incendiata la macchina e una notte qualcuno gli ha tirato una bomba carta in casa, spaccando il vetro della portafinestra della sala. L’uomo ieri doveva raccontare tutto questo al collegio presieduto dal giudice Giovanni Sgambati (a latere Fabrizio Garofalo e Alessandro Trinci) e si è contraddetto più volte, tanto che sia il pubblico ministero Alberto Dello Iacono sia il presidente Sgambati hanno dovuto ripetergli, ammonendolo, che rischiava la contestazione del reato di falsa testimonianza.

E così con grande fatica ha raccontato quello che gli era capitato a giugno 2015: «Mio figlio si era fatto prestato mille euro da Mattia Ricci, erano molto amici e quindi gli aveva chiesto una mano dopo che era rimasto senza lavoro. Ma da quel momento abbiamo avuto dei problemi. Prima Pablo è venuto sotto casa mia, io l’ho affrontato chiedendo di smetterla di darci fastidio. Mentre stavo risalendo le scale sono stato colpito sulla testa con degli schiaffi». Ma non era finita qui. Perché dopo pochi giorni qualcuno gli butta una bomba carta sul balcone. «Era mezzanotte e a casa c’eravamo io, mia moglie e un amico. Abbiamo sentito due esplosioni. Sono andato a vedere cosa era successo e ho visto il vetro rotto della portafinestra. Ho preso lo scooter e sono andato verso casa dei Ricci, che dista cento metri dalla mia in linea d’aria, perché presumevo che fossero stati loro a farmi quello sgarbo. Invece ho incontrato Mattia per la strada, aveva un casco in testa: gli ho detto che quelle cose non si fanno e lui per tutta risposta mi ha dato un pugno in faccia e poi ha ribadito che mio figlio gli doveva dei soldi». Qui però gli è stato contestato il numero di colpi subiti: erano di più, secondo quanto aveva dichiarato agli inquirenti nel verbale di sommarie informazioni e nella denuncia che aveva presentato. Alla fine il teste ha ammesso che erano tre i pugni che poi lo avevano mandato all’ospedale: «Mi hanno anche incendiato due volte l’auto e picchiato mio figlio». Anche qui non voleva aggiungere le minacce che avevano fatto a Manuel: «Era maggiorenne, non potevo obbligarlo ad andare dai carabinieri. E non ricordo se Mattia dopo avermi picchiato abbia detto qualcosa in proposito». Alla fine però il quadro è stato ricostruito.

Difficile anche sentire l’altro testimone previsto ieri mattina. L’anziano che mentre stava innaffiando l’orto ha sentito un’eplosione eppoi uno scooter di colore nero fare inversione e andare via, non ricordava più quelle cose. «Io non le ho mai dette, le avranno scritte in questura». Poi lentamente sono riusciti a ricostruire quello che era accaduto.

Ma è stato difficile, tanto che più volte il sostituto procuratore ha dovuto fare ricorso alla contestazione. Giusto per dare un’idea del clima che si respirava ai Poggi. E che si respira in aula.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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