Italia
"La piccola Irene non si poteva salvare nemmeno col ricovero"
La difesa del pediatra Biava porta in aula una cardiologa. Processo alle battute finali, sentenza a inizio settembre
MASSA. Una testimonianza di un medico dell’ospedale Meyer, la cardiologa Silvia Favilli, sorride al pediatra Giorgio Biava, accusato di omicidio colposo per la morte di Irene Del Monte, la dodicenne stroncata da una crisi respiratoria nel febbraio del 2013. «Anche se avessero ricoverato la ragazzina il venerdì non avrebbero fatto a tempo a salvarle la vita, perché tra esami e accertamenti di laboratorio si sarebbe arrivati comunque al sabato, quando ormai la situazione era compromessa», ha spiegato Favilli al giudice Fabrizio Garofalo rispondendo alle domande dell’avvocato Adriano Martini, legale dell’imputato, e a quelle dei rappresentanti delle parti civili (i genitori e la sorella di Irene), gli avvocati Francesco Persiani e Maria Grazia Menozzi. È stata questa la testimonianza più interessante dell’udienza di ieri, una delle ultime della fase dibattimentale, dato che la sentenza è attesa per l’inizio di settembre. Ma non è stata l’unica: le parti hanno anche sentito un amico di famiglia dei Del Monte, che ha detto di aver spiegato al pediatra di Irene dove si trovasse la casa della piccola, quando il dottore voleva andare a porgere le sue condoglianze alla mamma e al papà della paziente scomparsa. Segno, come hanno sempre sostenuto i genitori della ragazzina, che lui non aveva l’abitudine di visitare a domicilio le loro figlie. Ma è stata ascoltata anche la segretaria del medico che aveva preso la chiamata della madre di Irene: la donna, dato che la febbre non passava, aveva chiesto cosa poteva fare a Biava. Infine hanno raccontato in che condizioni era arrivata l’adolescente al pronto soccorso i due dottori che erano di turno. I camici bianchi dell’emergenza non avevano potuto fare nulla.
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Perché la partita si gioca tutta qui: con una visita a domicilio Irene poteva salvarsi? Secondo il perito di parte civile Gaetano Thiene, patologo cardiovascolare e uno dei massimi esperti in campo di morte improvvisa giovanile, la dodicenne sarebbe morta per una broncopneumopatia, ossia un’infiammazione delle vie aree terminali. E sarebbe quindi bastato un controllo con il fonendoscopio per sentire i polmoni sibilare ed evitare la sua morte. È stata la sua consulenza a impedire che il fascicolo venisse archiviato. Consulenza che però si scontra con altre due che ritengono Biava non responsabile del decesso, dato che nulla avrebbe potuto salvare la piccola Irene. Quale peserà di più? Il 9 luglio ultima udienza dibattimentale, poi il giudice Garofalo fisserà la data della discussione, dove le parti chiederanno condanna o assoluzione.
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