Il Tirreno

LA FAIDA

"Così ci sparavano di notte", al via il processo sulla faida dei Poggi

"Così ci sparavano di notte", al via il processo sulla faida dei Poggi

Parla il padre di uno della gang dei Mazzi: "Prima erano amici dei Ricci, poi la guerra".
Gli agenti raccontano la sera che sono intervenuti in forza per fermare uno degli imputati

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Dopo la prima udienza introduttiva, con l’applauso di scherno di uno degli imputati al pm Alberto Dello Iacono, ieri, 15 giuno, è iniziato il processo sulla faida dei Poggi, la guerra tra la gang dei Ricci e quella dei Mazzi. Alla sbarra quattro giovani: i fratelli Ricci, Pablo e Mattia, e il loro amico Thomas Quadrella. Più defilato, visto che dovrà rispondere dei reati di ricettazione e detenzione di armi, Manuel Balloni. I componenti dell’altra banda sono già stati condannati perché hanno scelto riti alternativi (tre anni e otto mesi ciascuno a Elisa Mazzi e al fidanzato Andrea Bonuccelli e tre anni e undici mesi, col patteggiamento, ad Alessio Mazzi). I primi testimoni, come voluto dal sostituto procuratore Dello Iacono, sono stati quelli che hanno subìto la faida, quelli che hanno sentito sibilare i colpi di fucile mentre stavano dormendo oppure si sono svegliati e affacciandosi alla finestra hanno scoperto che la loro auto era stata incendiata.

Tutte malefatte dei Ricci, secondo l’accusa. È stato Fabio Bonuccelli, padre di Andrea, appartenente all’altra gang e fidanzato di Elisa Mazzi, a raccontare al collegio presieduto dal giudice Giovanni Sgambati (a latere Fabrizio Garofalo e Alessandro Trinci) la tensione che hanno avuto lui e sua moglie in quei dieci giorni - dal 13 al 23 aprile del 2013 - che per ben due volte hanno sentito sparare contro i muri di casa e contro le loro finestre: «La prima volta erano le tre del mattino, io e la mia signora stavamo dormendo quando le esplosioni ci hanno svegliati di soprassalto. Mi sono affacciato, ma non ho visto niente, soltanto il rumore di uno scooter che andava via. Credevo fossero dei petardi, invece la mattina andando al lavoro ho notato i buchi nell’intonaco della facciata e le cartucce da caccia in terra. Ho capito che ci avevano sparato e ho chiamato le forze dell’ordine». Bonuccelli si fa delle domande e chiede al figlio spiegazioni, anche se il ragazzo non vive più con i genitori ma a casa di Elisa: «Non mi diceva niente, era evasivo e sosteneva di non capire con chi potessero avercela». Ma poi arriva la notte del 23 aprile: «Mancavano pochi minuti all’una. Ho risentito le esplosioni e ho visto le persiane scheggiate. Poi ho sentito loo stesso scooter. Ho chiamato la polizia e la mattina dopo ho preteso spiegazioni da mio figlio, io non avevo fatto niente a nessuno. E lui mi ha detto che c’erano degli screzi con i Ricci, nati dopo che erano state incendiate le auto dello zio di Elisa (nel frattempo deceduto). Ero preoccupato per lui, visto che prima era amico di Mattia, tanto che quest’ultimo era venuto a trovarlo in casa nostra quando era ai domiciliari. Sono una persona lontana anni luce da vicende come questa e temevo per quello che poteva succedere con quella escalation di violenza»

Il racconto degli agenti. A sentire le testimonianze del processo sulla faida dei Poggi si può pensare a Gomorra, a quello che succede nella serie televisiva di Sky. Senza esagerare, senza calcare la mano per fare sensazione. Basta sentire quello che ha raccontato uno degli agenti che era intervenuto dopo che avevano sparato contro l’abitazione dei Ricci: «Mattia ha spinto un mio collega e lo ha fatto cadere, poi è salito in casa e ha preso una spranga e con quella ha cominciato a colpire le nostre volanti e urlava al padre di non parlare con noi». Quella sera in questura scattò un vero e proprio allarme, con agenti fuori dal servizio richiamati perché la situazione stava sfuggendo di mano.

Ma c’è di più. Ascoltando Sara, una giovane che è stata fidanzata con un altro personaggio noto alle cronache giudiziarie locali, Giacomo Pucci, si ha uno spaccato impressionante di quello che accadeva ai Poggi: «La notte del 23 ottobre 2013 hanno fatto esplodere la mia Smart. È andata completamente distrutta perché l’ordigno era stato arricchito dai chiodi. Io e Giacomo ci eravamo lasciati, perché lui aveva deciso così. Ma poi io mi sono messa con un altro ragazzo e lui voleva tornare con me. L’auto è saltata in aria in quel periodo, ma io non so chi possa essere stato e la denuncia non l’ho fatta perché non potevo indicare nessuno». Il pm Alberto Dello Iacono però un’idea se l’è fatta, così come la squadra mobile, e contesta anche questo alla gang dei Ricci: «Pablo e Mattia erano amici di Pucci, vero?», domanda. E la giovane ammette: «Sì, quando stavamo insieme uscivamo spesso. Soprattutto nei fine settimana, partite a calcetto oppure pizzate».

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Ma ci sono altre vetture saltate in aria e bruciate. Come quelle quattro date alle fiamme in via Pellegrini, dalle parti del carcere. Sono i condomini di quella palazzina e i proprietari delle macchine a raccontare quel 30 giugno 2015: «Mi sono svegliato dopo aver sentito le sirene, dalla terrazza ho visto la mia auto bruciare». Stesso racconto ripetuto quattro volte.

Prossime udienze già fissate per il 22 luglio e il 19 settembre.

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