Il presidio
"Così spariscono le Apuane", la protesta degli ambientalisti sui sentieri della distruzione - Video
Una sessantina di attivisti sono tornati a manifestare ad alta quota, a Campocecina, per chiedere la chiusura delle cave
CARRARA. Campocecina, paese a 1.200 metri di altezza sulle Alpi Apuane, da cui si vede minuscola e silenziosa Carrara. Dal Piazzale dell’Uccelliera, la nebbia scivola via scoprendo in basso la vetta mozzata di una montagna. Nessun bosco, nessun fiore: il profilo è fatto a pezzi da una miriade di terrazzamenti bianchi. «È il monte Bettogli, o quello che ne resta», spiega Giuseppe Sansoni, anima di Legambiente Carrara, uno degli ambientalisti che stamani (15 aprile) ha partecipato alla camminata di protesta «sui sentieri della distruzione», ossia le cave di marmo apuane.
VIDEO - La protesta
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È l’ennesima protesta ad alta quota degli attivisti che da anni si sgolano per chiedere la chiusura delle cave, almeno quelle del geoparco Unesco delle Alpi Apuane. Perché l’ambiente viene prima di tutto. Ma la risposta è sempre stata picche. Questa volta però la battaglia ambientalista si è caricata della rabbia di chi ha seppellito troppi morti. Da agosto ad oggi il marmo, a Massa Carrara, ha “ucciso” sei persone. E le ferite sono ancora tutte lì, aperte. E allora gli ambientalisti sono tornati ad alta quota, all’indomani degli Stati generali sulle Alpi Apuane, che hanno preso vita sabato a Pietrasanta. E lo hanno fatto ribadendo sempre il solito concetto: le cave sono distruzione. E punto: vanno chiuse.
Il ritrovo era alle 9.30, al Piazzale dell’Uccelliera, bellavista che svetta alto su Carrara con alle spalle le ultime file di alberi di un bosco. Le montagne sotto sono ancora completamente avvolte nella nebbia. Il sole supera a fatica le nuvole, asciugando le ultime gocce di rugiada.
Inizia ad arrivare gente. Un gruppetto, poi un altro e un altro ancora. Spuntano bandiere di Legambiente e cartelloni colorati. I cani scorrazzano avanti e indietro come matti. I bimbi li inseguono, in attesa dei ritardatari. Alle 10 ci sono tutti: sono una sessantina. Si mettono in fila sul piazzale e srotolano uno striscione di quindici metri: «Salviamo le Apuane». Eccolo il loro messaggio.
Da lontano arriva il rumore insistente delle ruspe a lavoro, anche di domenica. Sotto si vede ora nitido uno dei più grandi bacini marmiferi delle Alpi Apuane, quello di Torano, dove sono piazzate, una accanto all’altra, una ventina di cave. «Da qui si vede perfettamente quello che le cave stanno facendo alle nostre montagne: le stanno distruggendo», quasi urla Rosalba Lepore, ambientalista pasionaria del gruppo Salviamo le Apuane. «Guarda là il monte Bettogli - continua - lo hanno fatto a pezzi. Non sembra nemmeno un monte». Dove una volta c’erano alberi ci sono adesso ravaneti, depositi di detriti del marmo, che puntano verso la città. «Vedete - spiega Sansoni - i ravaneti di per sè potrebbero quasi aiutare a diminuire il rischio alluvionale, dal momento che qui ci sono cinque sorgenti. I detriti, cioè, potrebbero rallentare l’acqua che va tutta nella stessa direzione. Il punto - continua - è che i ravaneti oggi sono pieni di fanghi che con il passaggio dell’acqua provocano frane».
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Il gruppo imbocca la via marmifera, una vecchia strada sterrata, piena di detriti che pungono sotto le scarpe. Più ci si allontana dal piazzale, più ci si dimentica di essere in montagna. Sotto, si vedono decine di cave dismesse ma mai ripristinate (come invece imporrebbe la normativa regionale). Come le Murlungo, con enormi bancate di marmo annerite dal tempo e massi staccati dalla montagna ma mai portati via. «Vedete laggiù», riprende Sansoni indicando un piazzale in mezzo alla montagna. «Quella è la cava Canalbianco- continua - ma fino a tre anni, era una collina». Sparita. Polverizzata. Anche quella.
In soli dieci anni, dal 2001 al 2011 sono stati estratte infatti oltre 48,5 milioni di tonnellate di montagna. La maggior parte, però, quasi 43,5 milioni, sono scaglie, quelle che poi vengono polverizzate per diventare carbonato di calcio, ossia: dentifrici, vernici, plastica, concimi, farmaci e chi più ne ha più ne metta. I blocchi di marmo sono solo il 25% del materiale estratto dalle Alpi Apuane. E di questo, solo una piccolissima percentuale viene utilizzata per le sculture. «Non c’è più limite alla distruzione - accusa la Lepore - In cava lavorano tutti i giorni, anche di notte. E le montagne lentamente spariscono».
Il vento alza un polverone di marmo che frusta le guance e dietro si intravede appena un cartello: Fivizzano. Siamo arrivati in Lunigiana, dove le (poche) cave rosicchiano il verde rimasto. Il gruppo si ferma. Osserva sotto: in mezzo a un collina verde ci sono due cave. «Lì mio padre ci andava sempre a portare le pecore», si sente urlare da dietro. Spunta un signore sulla settantina. Ha una casetta proprio lì davanti alle cave, si scoprirà poi. «Una volta - riprende - ci venivo tutti i giorni qui, d’estate. Ora le cave fanno un rumore infernale». I bimbi lo osservano curiosi. Gli altri scuotono la testa. «Fosse solo questo», dice Sansoni. «Vedete laggiù?». E tutti guardano a valle. C’è una montagna enorme di detriti di marmo, che nessuno aveva notato prima. «Non ci potrebbero stare lì - spiega l’ambientalista - perché Asl lo vieta. Il punto è che la cava non ha nemmeno il permesso di portarli a valle, perché non ci sono strade percorribili dai camion».
Un cagnolino si fionda in una pozza vicino alle cave, pensando fosse acqua. Era marmettola (scarto di lavorazione del marmo). Ne esce ricoperto di fango bianco, con le orecchie abbassate, colpevole, senza sapere di non avere colpa.
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