Il Tirreno

Morti in cava, la commissione d'inchiesta in prefettura: "Controlli inadeguati"

Melania Carnevali
Il tavolo a palazzo Ducale
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Il tavolo a palazzo Ducale

L'incontro a palazzo Ducale dopo il sopralluogo alla cava Antonioli dove il 14 aprile scorso sono morti due operai: "Abbiamo aperto a gennaio un fascicolo sulle cave a gennaio per capire perché si muove in cava". Tra le criticità: una normativa frastagliata e mancanza di prevenzione

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MASSA. «Chiameremo a Roma le varie figure che hanno competenza sulle cave. E chiameremo anche Giuseppe Alberti, il superstite dell’ultima tragedia alle cave. Perché abbiamo bisogno di capire cosa è successo quella mattina. Abbiamo bisogno di capire perché si muore in cava». La senatrice Camilla Fabbri (Pd), presidentessa della commissione parlamentare di inchiesta sugli infortuni sul lavoro, parla dalla sala della Prefettura a palazzo Ducale poco dopo il sopralluogo fatto alla cava Antonioli a Colonnata, dove il 14 aprile sono morti due operai. Al tavolo sono seduti anche i sindaci di Massa e Carrara, altri due membri della commissione, i vigili del fuoco, l’Asl, l’Inail, il procuratore capo di Massa. Un mondo che ha gli occhi puntati sulle cave e che adesso si è riunito per capire il perché? Perché si muore ancora, e sempre di più, in cava?

Negli ultimi dieci anni i morti sono stati nove. Gli incidenti non si contano più. «E alcuni - continua la senatrice Pd - non vengono nemmeno denunciati». La commissione parlamentare d’inchiesta aveva già aperto a gennaio un fascicolo sulle cave, a seguito della carrellata di incidenti dello scorso anno e sotto pressione della senatrice carrarese, Sara Paglini dei Cinque Stelle. «Avevamo già chiesto e ottenuto alcune informazioni da Asl e Procura - spiega la Paglini - Poi l’ultimo tragico evento ha accelerato tutto». Adesso sulle cave apuane è puntato un faro che chiede una soluzione, oltreché giustizia.

Per questo la commissione parlamentare d’inchiesta ieri si è riunita attorno a un tavolo insieme a tutte le figure che operano in qualche modo nel settore: Asl, Procura, Vigili del fuoco, Inail, Comuni, Prefettura. E insieme hanno cercato di sintetizzare i problemi. Anzitutto la normativa. Troppo frastagliata secondo il procuratore capo, Aldo Giubilaro, e il Sottosegretario di Stato alla Giustizia, Cosimo Ferri, i quali chiedono un Testo unico. «C’è addirittura - fa sapere la Fabbri - un regio decreto del 1927 con le competenze del Mise, della Regione e del Comune. È difficile capire come agire con una normativa così complicata».

Ma poi c’è la questione dei controlli, che mancano. In tutti i settori. A partire al lavoro in nero. Un datore di lavoro, ad esempio, ha tempo fino al 30 del mese successivo per comunicare gli straordinari. Volendo, quindi, se ci fosse un controllo, ha tutto il tempo per “aggiustare” gli orari dopo il controllo stesso. Tant’è che, secondo i dati forniti dagli enti territoriali del lavoro, non c’è operaio, o quasi, che (sulla carta) superi di un minuto le 48 ore. E in ogni caso, il problema principale, rimane l’incapacità, da parte dell’ente, di fare i controlli per mancanza di personale e di mezzi.

Anche l’Asl fa i conti con il personale scarso. Gli addetti ai controlli alle cave sono solo sei più l’ingegnere, Maura Pellegri. Lo stesso vale per il comparto forestale: dei sette presenti per tredici comuni solo tre sono destinati alle cave. «In tutto questo - fa sapere la senatrice Cinque Stelle a margine del sopralluogo - c’è stato riferito che spesso il responsabile della sicurezza è lo stesso capo cava. È evidente che c’è un cortocircuito: è il controllore che controlla se stesso».

Secondo il procuratore capo i controlli in cava sono completamente inadeguati, per mancanza di personale. Anche nella Procura che sulle cave ha aperto più filoni di indagine. Altro punto: i lavori usuranti. Il cavatore non rientra fra questi. La senatrice Paglini si è fatta promotrice di un testo di legge per equiparare il lavoro in cava all’aperto a quello del minatore. E la proposta è stata appoggiata dal senatore Pd Daniele Borioli. «Chi lavora in cava - commenta da palazzo Ducale - deve accedere alla pensione prima rispetto agli altri lavoratori. Non sono un numero enorme, si può e si deve fare». Infine la prevenzione. Scarsa anche quella. «Con dei semplici macchinari - fa sapere la Paglini - si potrebbero prevedere gli spostamenti della montagna e evitare incidenti. Ma quasi nessuna cava li ha».

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