Il Tirreno

«Io prigioniero nell’orrore del terremoto»

«Io prigioniero nell’orrore del terremoto»

Il geologo Riccardo Barbieri era in Ecuador quando è arrivata la scossa devastante: «Un boato»

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MASSA. Sono quasi le 19, Riccardo Barbieri lascia l'albergo. Ormai Quito la conosce, sa dove si mangia bene: ha scelto un ristorante nel cuore della città, lo sta raggiungendo. Improvvisamente un boato, un colpo secco: Riccardo sobbalza, non resiste "all'onda d'urto". Una forza invisibile lo spinge. Una forza che non si vede, ma che lui, una laurea in geologia e vulcanologia, conosce bene: le terra si muove, le zolle si spostano, ogni punto di riferimento salta. «All'improvviso - ricostruisce Riccardo - un colpo secco verso l'alto, nel linguaggio tecnico, parliamo di onda di compressione. Mi ha fatto balzare. Poi - la competenza si fa spazio - sono arrivate le onde di taglio, un susseguirsi di movimenti ondulatori. Sono stati secondi interminabili, secondi durante i quali l'impotenza e la paura hanno preso il sopravvento».

Riccardo Barbieri, 47 anni, massese,è il geologo titolare della Geo Tirreno srl. Da due anni e mezzo ha aperto una filiale in Ecuador: si occupa di geologia e indagini geofisiche per la costruzione di ponti, tunnel, dighe e autostrade, per la prevenzione di frane e lo studio dei fenomeni sismici.

«Sono a Quito da una settimana - racconta Riccardo - per un lavoro nella zona di Nanegalito, a circa 80 km dall'epicentro, per indagini geologiche su una diga di nuova costruzione. Al momento del sisma ero rientrato nella capitale mentre il mio collega Luigi Allacorta era a Nanegalito. Al momento della scossa ero appena uscito dall hotel per recarmi a mangiare in un ristorante del centro. Sono stati secondi interminabili, ho assistito al fuggi fuggi dai locali. Ho visto tavoli saltare, bottiglie e bicchieri finire in frantumi. Centinaia di persone si sono accalcate alle uscite di sicurezza, sono stato travolto dalla massa spaventata e il mio istinto, nonché la mia specifica preparazione, mi hanno indirizzato verso il centro della piazza principale lontano da edifici, piante e lampioni potenzialmente pericolosi».

L'Ecuador trema: una scossa di 7,8 gradi, centinaia di morti, migliaia d feriti. Riccardo capisce la gravità di ciò che sta succedendo e cerca immediatamente di chiamare amici e parenti: «Una volta finita la scossa ho cercato immediatamente di contattare l'Italia attraverso mail, sms, whatsapp, ma un po' per l'orario (in Italia mancano pochi minuti alle 3 del mattino), un po' per la congestione delle linee telefoniche e delle linee dati, non sono riuscito a contattare nessuno. Il mio primo pensiero è stato per il collega a Nangulvi per il quale ho passato minuti di totale apprensione. Per fortuna sta bene». Come sta bene Riccardo. Fortuna nella fortuna la sua: «Avrei dovuto essere a Porto Viejo, sulla costa, vicinissimo all' epicentro per parlare col sindaco della cittadina di un progetto di valutazione del rischio geologico e sismico e aiutare la comunità a dotarsi di un piano di emergenza civile e di una struttura interna per la gestione del rischio. Nella cittadina ci sono state intense piogge e l'incontro è stato rimandato: sono stato doppiamente fortunato - ammette Riccardo Barbieri - perché ero in strada, ma soprattutto perché non sono andato a Porto Viejo che, a causa del terremoto, conta almeno 100 morti e il numero è destinato a salire».

Poi da Riccardo l'appello alla solidarietà: «Il popolo ecuadoriano si è comportato eroicamente e fatalmente allo stesso tempo. È un popolo abituato da secoli a qualsiasi tipo di calamità naturale: eruzioni vulcaniche devastanti, terremoti di forte intensità e inondazioni. Eroico perché la mobilitazione è stata commovente date le scarse disponibilità finanziarie e organizzative del paese. Un paese in via di sviluppo, ma ancora con vaste aree di povertà. L'area del sisma è una di queste. Faccio un appello agli italiani, che aiutino per il possibile queste popolazioni anche attraverso onlus Italo ecuadoriane per non lasciare soli ragazzi e ragazze di un paese che ho profondamente nel cuore». (c.s.)

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