Il Tirreno

Scenari da terzo mondo lungo il fiume Frigido

di Chiara Sillicani
Scenari da terzo mondo lungo il fiume Frigido

Attività abbandonate, amianto e discariche in via Marina Vecchia

4 MINUTI DI LETTURA





MASSA. È ai confini della realtà, inquietante scenario da set cinematografico. Forse da incubo. Un gigante di cemento ed eternit, scheletro di una vecchia attività industriale, i vetri in frantumi, i colori cupi, la natura offesa e degradata, gli odori che ti chiudono il naso. E dentro quel gigante, l’inimaginabile: carcasse di auto, bottiglie, monti di stracci, biciclette, motorini. La cenere fa solo intuire che là dentro doveva esserci molto altro. Un’isola di degrado, a qualche metro dalle case, a due passi dal fiume. Chi lì ci vive lo sa e da anni chiede una mano. Chi da quelle parti non ci abita, neanche può sospettare: percorri via Marina Vecchia e, poche decine di metri prima dell’obelisco, una strada stretta conduce a quel mondo spettrale. In via Vaccareccia l’asfalto c’è soltanto nel primo tratto, poi il nulla. Ci sono, nelle prime centinaia di metri, segherie che ancora lavorano e danno lavoro, poi il degrado. Nella sua forma più violenta,lungo quella che potrebbe essere una passeggiata sul Frigido, prosieguo di quella che dal cuore di Marina conduce fino a San Leonardo. Il fiume che costeggia, la rete ferroviaria che taglia e nel mezzo un triangolo di degrado.

Dove la strada si restringe, dove l’asfalto diventa ciotolo, vecchi materassi rivelano spugna e molle penzolanti, vecchie lastre rotte di marmo tracciano la via .

Nicoletta Pucci da quelle parti c’è nata e vissuta, è lei ad avere scritto esposti, ad aver gridato alla bomba ecologica, è lei oggi ad accompagnarci lungo quella strada stretta e sudicia che conduce al grande scheletro di cemento dell’ex segheria: centinaia e centinaia di metri cubi di degrado.

«Qua sotto - mostra cumuli su cui, coraggiosi, sono nati gli arbisti - c’è di tutto. C’è la marmettola e purtroppo pure il piombo». Sì perché lì - e Roberto Torre, che ci vive, lo ricorda bene - si lavorava il granito e quando il filo diamantato non c’era, il taglio si faceva con piombo». Sporco chiama sporco e visto che quella è terra di nessuno, qualcuno ci porta le carcasse delle auto, i divani da gettare. C’è anche un enorme container che fa un baffo al Cermec: dentro c’è di tutto. Quella zona, in cui finisce lo sguardo di pochi, deve essere parso il luogo ideale per depositare materiale di risulta di ogni tipo. Così ecco sorgere colline di laterizi e, tra quelle colline, qualche latrina a cielo aperto. Ma il vero protagonista del set da incubo rimane il gigante di cemento grigio, un tempo segheria. Il tetto in eternit, centinaia e centinaia di metri quadrati di eternit. All’interno uno scenario inquitente: il cattivo odore impedisce di avvicinarsi senza tappare il naso. Se ce la fai, scopri il degrado, quello che immagini nel Bronx, forse, ma davvero non a casa nostra. È chiaro che lì qualcuno ci ha vissuto - forse ancora ci vive- tra la sporcizia, senza acqua corrente, senza bagno. Soluzione per disperati, per chi, nel nulla, si accontenta di un tetto. Anche se in amianto.

Nel ventre vuoto dell’edificio la carcassa di un’auto: il tetto poggiato a terra, le ruote all’insù. Ci sono coperte tra le macerie, un cuscino è sopravvisuto ai vetri delle grandi finestre, finite in frantumi.

Davanti al gigante, le case: le separano una rete e qualche siepe. C’è anche la casa di Mirella Fassoni: lei abita lì da sempre e in quella vecchia segheria ha visto vivere gente. Tanta gente: «Disperati a cui ho prestato anche l’acqua corrente». Perchè - spiega Galaeano Fruzzetti , che in quella zona è cresciuto - nessuno se la prende con i «disperati che si rifugiano qui, ma certo non è ammissibile che un paese civili tolleri questo livello di degrado o consenta a qualcuno di vivere in queste condizioni».

Tra lo sporco, tra la marmettola, tra la cenere dei roghi. Degrado che chiama degrado e fa tremare: Roberto Torre lo ammette, lui ha così paura quando scende il buio che si barrica in casa:«Ho fatto costruire le inferiate e dormo con un’occhio solo». Eppure lì, in quel fazzolletto di terra, dovrebbe esserci molto altro, dovrebbero esserci - ricorda Nicoletta Pucci - aree sportive , case, piste ciclabili (leggi articolo accanto), passeggiate. Il progetto c’è . Dal 2002 ma si muove a ritmo di tartaruga. E tra la ferrovia e il fiume, sotto via Marina Vecchia , rimane allestito il set di un film da incubo.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
La tragedia

Cecina, il parto in casa e il neonato morto in una busta: i dubbi da chiarire

di Claudia Guarino