Il Tirreno

Morta a 12 anni, il pediatra si difende: "Perché la madre non mi ha richiamato?"

Irene Del Monte
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Irene Del Monte

Giorgio Biava parla davanti al giudice e ricostruisce quanto accaduto nel febbraio del 2013, quando Irene Del Monte morì per quella che inizialmente sembrava un'influenza: "Non ho fatto una diagnosi al telefono, abbiamo parlato solo di sintomi"

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MASSA. «Sono rimasto sconvolto, non mi era mai successo che morisse una mia paziente». E cosa ha fatto quando ha saputo del decesso? «Sono andato in ospedale, ho fatto le condoglianze alla famiglia e ho chiesto alla mamma: “Perché non mi hai richiamato?». E lei, cosa ha risposto? «Mi ha detto: “Pensavo stesse migliorando”». Giorgio Biava, il pediatra accusato di omicidio colposo per non essere andato a visitare a casa Irene Del Monte, parla davanti al giudice, Fabrizio Garofalo. E ricostruisce quanto accaduto quel 10 febbraio del 2013, quando la dodicenne morì per quella che inizialmente sembrava una semplice influenza. «Non ho chiesto da quanti giorni avesse la febbre alta - dice in aula - ma per esperienza sapevo che poteva essere da due e tre giorni».

Secondo il perito nominato dalla famiglia, Gaetano Thiene, patologo cardiovascolare e uno dei massimi esperti in campo di morte improvvisa giovanile - 700 i casi da lui studiati- la dodicenne sarebbe morta per una broncopneumopatia, ossia un’infiammazione delle vie aree terminali. E sarebbe quindi bastato un controllo con il fonendoscopio per sentire i polmoni sibilare ed evitare la sua morte. Secondo il pneumologo Venerino Poletti, dell’Asl di Forlì, incaricato dal tribunale di Massa di dare un parere sulle cause del decesso, invece, la dodicenne sarebbe morta per una miocardite acuta, e in quanto tale il decesso era «un evento imprevedibile».

Tutto il processo si snoda su un quesito: perché il pediatra non è andato a visitare Irene, nonostante la madre lo avesso chiamato dicendogli che aveva la febbre a 40? «Non mi ha chiesto una visita a casa - spiega Giorgio Biava in aula - Ho fatto un triage telefonico e i sintomi erano quelli di un’influenza normalissima. Inoltre avevo molti pazienti in sala d’attesa». E lo studio - fa sapere il medico - si lascia solo in casi particolari: se il bimbo non respira, se ha il corpo rigido (il rischio in questo caso è la meningite) o se ha dolori addominali. Quell’anno poi, ricorda davanti al giudice il pediatra, fu particolare: ci furono tantissimi casi di influenza, anche alta. «Quel giorno- ricorda Biava - ho visitato cinquanta pazienti». 

La mamma di Irene avrebbe chiamato il pediatra una volta sola: l’8 febbraio. «Mi ha detto che le stava dando la tachipirina - continua - Non le ho fatto una diagnosi, abbiamo parlato solo di sintomi. E le ho detto di farmi sapere se peggiorava». Poi più nulla: la madre non ha richiamato. Ma nemmeno lui. «Ci sta che richiami i miei pazienti, ma quello non mi sembrava un caso grave», si difende.

Irene è morta pochi giorni dopo e adesso si cerca di capire se la sua morte fosse evitabile. La prossima udienza si terrà il 3 maggio e verranno ascolti i testimoni e i consulenti della difesa.

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