Il presidio
Nel pc del broker tutti i segreti del nero alle cave
La Procura: un poderoso sistema di evasione fiscale La Finanza sequestra beni agli indagati per 1, 4 milioni di euro
CARRARA. Sottofatturavano il marmo che esportavano, guadagnando cifre impensabili e facendo guadagnare anche i propri clienti, soprattutto indiani, che in questo modo pagavano dazi doganali inferiori. Poi, commercianti indiani residenti a Milano e utilizzati a mo’ di “banche umane” prendevano i soldi del nero, li custodivano, e infine li portavano a Carrara, ai signori del marmo, o in altri punti di ritrovo, attraverso corrieri. Soldi che, il più delle volte, finivano in conti correnti nei paradisi fiscali o intestati a società con sede in stati offshore. È il «poderoso e collaudato sistema di evasione fiscale», come lo ha definito la Guardia di finanza, al capo del quale c’era il broker carrarese, Eugenio Venezia. Era lui che, come una piovra, gestiva la fitta rete di relazioni “internazionali” fra commercianti locali e quelli indiani e che si occupava anche di tenere un database con tutti i nomi, le entrate e le uscite del giro di nero, anche se gli inquirenti non sostengono ci sia l’aggravante di associazione a delinquere ma solo - e non è poco - quella di concorso in vari reati. Le società coinvolte nel giro sarebbero una trentina, ma solo diciannove hanno superato la quantità monetaria di evasione per cui subentra il reato penale. Le persone invece coinvolte sono trenta, adesso tutte indagate a vario titolo per frode fiscale, ricettazione, riciclaggio, falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico e concorso in attività abusiva di prestazione di servizi di pagamento. Il tutto per un’evasione che supera i 130 milioni di euro e che gli indagati hanno già iniziato a pagare, in parte. Questo è il quadro scoperchiato dalle indagini delle Fiamme gialle coordinate dal procuratore capo, Aldo Giubilaro, e dirette dal pubblico ministero, Rossella Soffio, che si sono chiuse ieri con il sequestro preventivo di beni per circa 1.4 milioni di euro.
Due anni di pedinamenti, intercettazioni, rogatorie, perquisizioni, che hanno avuto il loro momento di svolta nel sequestro del portatile del broker. È lì dentro che è stato trovato il database di tutto il giro di nero: nomi e cognomi, quantità di marmo venduto, guadagni, conti correnti. Un semplice file Excel che ha schiuso decine di porte, rendendo il quadro delle indagini, fino allora confuso, chiarissimo, come un dipinto di Picasso che improvvisamente diventa una tela di Gustave Courbet. I personaggi, la rete di relazioni, le modalità di vendita e quelle di pagamento e infine le vie usate per portare all’estero i soldi. Tutto, improvvisamente, chiarissimo. «Era strano, guardando le fatture - commenta Giovanni Fiumara, comandante provinciale della Guardia di finanza -che, chi si vantava di avere il marmo più pregiato del mondo, poi lo vendesse come la pietra con il valore minimo di mercato». E infatti era strano. Gli imprenditori sottofaturavano il marmo esportato, in modo da guadagnarci con l’Iva. Anche gli acquirenti poi ci guadagnavano perché il dazio doganale (dove c’è) va in base al valore del merce. E quindi vai di dazi light per acquisti invece da più zeri. E il contante avanzato? Ci pensavano i corrieri a portalo a casa dagli imprenditori carraresi. Erano perlopiù commercianti di gioielli indiani, residenti a Milano, che fungevano un po’ anche da banche: custodivano i soldi degli acquirenti indiani e poi li consegnavano al broker o direttamente ai commercianti del marmo, quando direttamente a Carrara, quando a Milano, Brescia, Alessandria, Verona, Roma, Firenze, Sarzana, o anche nelle vicinanze dei caselli autostradali. Un po’ ovunque, per far perdere le tracce.
In due occasioni i corrieri sono stati anche fermati dalla polizia. La prima volta nell’aprile del 2013 vicino al casello autostrdale di Firenze: un commerciante aveva 14mila euro contanti appena consegnati da quello che si scoprirà poi essere un emissario del broker. Il secondo controllo poco dopo, nel luglio dello stesso anno, sul viale Galilei, a Carrara: un commerciante indiano aveva con sè oltre 35mila euro in contanti che, anche questo si scoprirà dopo, dovevano essere consegnati a un imprenditore del marmo carrarese.
Fosse solo questo. Perché un secondo filone dell’indagine ha permesso di scoprire che Venezia e il suo socio, Nicola Fontanili, erano riusciti a ideare «ulteriori e complesse modalità di evasione - fa sapere la Guardia di Finanza - con la compiacenza di società straniere, spesso con sedi di paradisi fiscali», sia per incassare il nero delle sottofatturazioni sia per rientrare in Italia i capitali illeciti.
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