Sesso con la minorenne, la testimonianza di una parente
L'adolescente le aveva raccontato in lacrime quello che le era successo. Il racconto in aula: "Si è sempre fidata di me. Uscivamo insieme. Io l’avevo vista nervosa e mi sono preoccupata perché non era mai accaduto prima; era sempre stata solare".
MASSA. Ha raccontato in lacrime quello che le era successo a una parente, alla persona con cui si confidava perché le era simpatica. «Mi ha toccata», ha detto durante un lungo colloquio che la ragazzina di appena quattordici anni ha avuto con la donna. Ed è lì che ha rivelato di aver subito un abuso da un giovane più grande di lei. Tanto più grande di lei. Quell’uomo adesso è a processo con l’accusa di violenza sessuale. La congiunta della vittima che ha raccolto quello sfogo ha testimoniato davanti al collegio presieduto dal giudice Giovanni Sgambati. Ad incalzarla il pm Alessandra Conforti: «Si è sempre fidata di me. Uscivamo insieme. Io l’avevo vista nervosa e mi sono preoccupata perché non era mai accaduto prima; era sempre stata solare. Parlando le ho fatto tirare fuori il problema. E lei mi ha detto una frase che mi ha sconvolta: “Ho paura, ho paura di sentire ancora dolore”. Poi mi ha detto “lui mi ha toccata, per forza”. E ha aggiunto: “È stato peggio di toccare”. Era in lacrime. Abbiamo parlato quattro o cinque ore, poi l'ho fatta addormentare. Ma da allora non è più quella di prima. C' è stato un distacco. Evita perfino di uscire da sola dopo la denuncia».
I giudici e la difesa dell’imputato hanno voluto capire perché si è confidata con la teste e non con la madre: «Non voleva parlare con la madre, non la voleva nella sua stanza. Perché non riusciva a dire quello che le era capitato. Anche con me ha fatto resistenza, prima di farmi scoprire quell’orrore».
Tra i testi anche la psicologa che ha tracciato un profilo della adolescente, che si è costituita parte civile: «Ha dei seri problemi cognitivi, chiunque frequentandola si accorgerebbe di questa situazione. Magari il deficit non è visibile se la si guarda bere un caffè, ma se lo dovesse preparare sì». L’imputato nega di aver intuito la fragilità psichica della giovane. E si difende: «Era un rapporto consenziente». Non per la legge. Il ragazzo, che adesso ha 25 anni, rischia una pesante condanna.
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