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«A Dio serviva un lavoratore»
Le parole della moglie di Nicola. E il grido della mamma: era un bravo figliolo
CARRARA. Il viso quasi nascosto dalla grande sciarpa, la testa china, il passo lento della sofferenza. E la voce rotta, le parole che non prendono forma, le lacrime. Le interruzioni. Maura sale sull’altare con il grande foglio a quadretti, lo sistema sul pulpito, nella chiesetta di Miseglia, legge e racconta. Con dignità e un coraggio da leone in una donna, madre di quattro figli, che combatte con il dolore e la violenza dell’assenza. Racconta Maura e apre le porte di casa sua, lascia intravedere la cucina, le battute con Nicola, suo marito, il risveglio il mattino, le preoccupazioni per i figli, la ritrosia, le frasi dolci. Il lavoro di ogni giorno, la fatica, le soddisfazioni. La vita di una famiglia che riga dritto, cresce i figli, li educa all’impegno e al sacrificio. Un racconto che diventa dichiarazione di amore, per il suo uomo, ucciso da una perlina assassina, tra il marmo della cava Calocara. Per i loro quattro ragazzi: «Stamani ho preso il caffè da sola - la chiesa è muta e le parole sempre più scandite - stamani non mi hai detto “Buongiorno amore mio”». Parole non dette, il senso di vuoto di fronte alla incoraggiante normalità di ogni giorno: «Io sempre presa dalle cose da fare, un po’ imbronciata e tu che mi dicevi di non lavorare troppo, di riposarmi un po’, avevi paura che mi sentissi male». Le aspettative tradite perché Nicola alla sua Maura - e lei adesso lo confida a tutta Carrara - disegnava un futuro sempre insieme: «Dicevi che saremmo invecchiati, io e te». Poi quella frase, che unisce un’intera comunità, raccoglie la chiesa: «Nicola, dicevi sempre che il tuo terrore era perdere un figlio. Mi dicevi: Il Signore prenda anzi me che uno di loro». I figli, l’unione: «A loro raccomandavi di non dimenticare i pericoli. Spiegavi che siamo di carne e non di ferro. A loro hai insegnato che nella vita c’è da sgobbare. E loro hanno imparato. Eri orgoglioso e facevi bene. I tuoi gioielli, i nostri gioielli». Poi quelle parole taciute che disegnano il confine di una famiglia, di una casa, di un’intimità: «Quella frase che mi hai detto domenica, ricordi? ».
Il marito, il padre, il cavatore: «Al Signore, serviva un gran lavoratore» e Nicola lo era. L’idea che quel cavatore lavori con dignità. Ancora. La dignità di una famiglia, di quattro ragazzi: tre seduti accanto alla mamma, vicini alla nonna Giovanna, silenziosa e immobile. Uno sale le scale e raggiunge l’organo: suona per suo padre. Note per non dimenticare.
Le parole di Maura, la moglie di Nicola, così forti e composte che il parroco, Don Massimo Nocchi, dopo aver letto il Vangelo sulla resurrezione di Lazzaro, le chiede in prestito, le definisce «la migliore omelia, la sintesi di un’amore eterno che Dio raccoglie».
Accanto a Don Massimo, ci sono Don Primiero Scortini, Don Raffaello Piagentini, Don Bernardo Scusa, Don Francesco Cappè. Don Massimo ricorda l’uomo di fede, «buono, onesto, generoso, disponibile, pulito nel cuore, mosso da sentimenti profondi e rispetto per l’altro». L’uomo che ascolta e a cui invita a parlare: «Ci insegna Sant’Agostino che Nicola non è lontano, è nell’altra stanza, parlategli, raccontategli la vostra vita». Poi l’appello a Carrara, tutta raccolta a Miseglia. Ci sono le istituzioni, ci sono le imprese, ci sono i colleghi cavatori, i sindacati. Ma c’è soprattutto la gente, c’è una città che nel marmo ha la sua storia e la sua identità e che al marmo ha pagato un tributo in vite umane. A quella città parla Don Massimo, le chiede di esserci, di non lasciare la madre di Nicola, la moglie, i figli, i fratelli: vicini con solidarietà e con la compassione, con partecipazione al dolore. E Carrara ascolta, stretta stretta nella chiesa, silenziosa nella piazza antistante, lungo le strade piccole. Centinaia di persone, di vite, di storie e le cave di Calocara, che dall’alto, guardano Miseglia e assistono. Poi l’addio e l’urlo disperato di una madre: il corteo funebre scende per raggiunger il cimitero e lei si abbandona. «Ditelo, ditelo che era un bravo figliolo il mio Nicola, ditelo». L’abbracciano, ma non basta a farle forza. E quel suono si imprime. Come scolpito nel marmo delle cave.
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