Alluvione a Carrara, un anno di inchiesta e sette indagati
La procura di Massa ha aperto un fascicolo per inondazione colposa in cui per il momento risultano indagate sette persone I lavori sull’argine crollato sono stati eseguiti in modo difforme rispetto al progetto iniziale approvato dal Genio civile
A finire sotto il mirino della magistratura per l’alluvione che il 5novembre scorso ha devastato Carrara è stato tutto il Carrione. Un torrente di appena venti chilometri, la cui messa in sicurezza va avanti da dodici anni, tra lotti, sottolotti, appalti, subappalti, e oltre 50 milioni di euro spesi. Ma le responsabilità di questa esondazione - la quarta dal 2003 - sembrano girare tutte attorno a quell’argine costruito nel 2007 e certificato nel 2009, poi sbriciolatosi come un biscotto lo scorso anno. «Con quell’argine è come se avessero puntato una pistola contro Carrara», ha infatti dichiarato Maurizio Rosso, perito nominato dal giudice per le indagini preliminari, Ermanno De Mattia, per l’incidente probatorio sul muro crollato a pochi anni dalla sua costruzione sotto la furia del torrente Carrione. E le responsabilità, secondo il consulente, abbondano.
Non ci sono solo le imprese che hanno realizzato i lavori, secondo il perito. Ci sono i tecnici, che hanno elaborato il progetto, senza aver «approfondito adeguatamente l'attività progettuale». C'è l’ente che avrebbe dovuto «sovrintendere alla corretta esecuzione delle opere», ossia la Provincia, che ha invece «abdicato al proprio ruolo di controllore a garanzia della pubblica incolumità». E infine il direttore dei lavori, ossia Franco Del Mancino, ingegnere chimico, che ha certificato la regolare esecuzione di opere «del tutto difformi da quelle previste in progetto - scrive il perito - senza predisporre alcuna variante, al di là del fatto che queste ultime fossero di per sé non adeguate allo scopo».
[[atex:gelocal:il-tirreno:massa:cronaca:1.12391814:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/massa/cronaca/2015/11/05/news/un-anno-fa-l-alluvione-a-carrara-1.12391814]]Le stesse persone che il procuratore capo Aldo Giubilaro, Aldo Giubilaro che sta conducendo da mesi le indagini con il supporto di un pool di periti, aveva iscritto nel registro degli indagati: il dirigente della Provincia, Barbieri, la responsabile del servizio patrimonio dell'ente, Marina Rossella Tongiani, l'ex dirigente alla difesa del suolo Giovanni Menna, il titolare della ditta costruttrice Elios srl di Aulla, Diego Tognini, il geometra Giulio Alberti, direttore tecnico del cantiere dove avvenne il crollo, il progettista dell'opera. E ancora: Franco Del Mancino, progettista e direttore dei lavori dell'argine, cioè colui che lo ha certificato e Stefano Michela, ex dirigente alla difesa del suolo della Provincia, colui che - secondo l'accusa - alle svariate segnalazioni di infiltrazioni nell’argine aveva assicurato che «la problematica segnalata non risulta presentare criticità di tipo strutturale». Sono accusati di inondazione colposa, un’accusa che sembra essere confermata dalla perizia di Rosso secondo il quale quell’argine era «del tutto inidoneo a scongiurare il rischio del verificarsi del fenomeno», scrive il tecnico nelle oltre cento pagine di perizia, perché non realizzato come da progetto e, soprattutto - stando alla relazione -, fuori da ogni logica ingegneristica.
È vero infatti che il Carrione continua a esondare anche perché il suo bacino è stato stravolto, tra argini troppo stretti, tombinature, strade che occupano alvei senza soluzioni alternative per il convogliamento delle acque meteoriche e, non da ultimo, l’occupazione del letto del fiume da parte dei detriti delle cave di marmo, tanto che il tronco terminale del corso d’acqua «ormai è divenuto pensile». Ma la causa principale dell’ultima alluvione rimane il muro crollato, quella pistola puntata contro Carrara, che questa volta non ha fatto vittime solo perché il Carrione è esondato di notte, quando nelle decine di laboratori lungo l’argine non c’era nessuno. Il progetto infatti prevedeva la demolizione del muro preesistente e la costruzione di uno ex novo. E invece è stato realizzato - anche se la qualità del cemento era buona - sopra una porzione di muretto già esistente, non armato e in alcuni tratti formato da semplice muratura di pietrame. Che poi si è sbriciolato.
All’epoca il responsabile unico del procedimento, il dirigente della Provincia, Gianluca Barbieri, dichiarò che i lavori erano stati eseguiti come da progetto. «O non aveva mai visitato il cantiere e per scrivere la nota citata si è fidato di quanto riferitogli da terzi» oppure, ipotizza il tecnico, ha «prodotto detta dichiarazione non corrispondente al vero senza verificarla».
Una grossa negligenza è stata quella della Provincia che «né in sede di affidamento dei lavori in somma urgenza e nemmeno dopo la fine dei lavori, in occasione delle ripetute segnalazioni relative alla filtrazione d'acqua dal muro» ha notato che il muro era stato realizzato «in totale difformità da quanto previsto progettualmente. Peraltro, è precisa responsabilità dell’ente - fa sapere il perito - quella di validare i progetti commissionati sia tramite personale interno sia, nel caso in cui non ve ne fosse la disponibilità, avvalendosi di consulenti esterni che avrebbero senz’altro notato e segnalato le palesi carenze progettuali». Senza dimenticare che tutt’intorno all'argine crollato ci sono case e laboratori e la prudenza doveva essere massima.
Adesso le indagini della magistratura sono concluse e la procura sta procedendo alle imputazione. Certo è che, in questa fase dell’inchiesta, dovranno saltare fuori risposte ad alcune domande: perché le imprese che hanno eseguito i lavori sull’argine crollato non hanno seguito il progetto a base di gara? E perché lo stesso progetto è stato cambiato più volte in corso d’opera? Per risparmiare? Per negligenza? O per ignoranza, quel “non conoscere” che però la legge in questo caso non ammette? Non è chiaro infatti se l’opera sia stata realizzata in conformità a quanto dichiarato in contabilità; in altre parole: se tutti i soldi pubblici siano stati usati per la realizzazione dei lavori, dal momento che la documentazione era «scarsa e confusa». Presumibilmente no, ma sarà l’inchiesta a dirlo.
Di certo c’è che, come detto, non solo il progetto è stato «inspiegabilmente» peggiorato in corso d’opera, ma che i lavori sono stati eseguiti in maniera difforme al progetto. Questo prevedeva infatti la completa demolizione dell’argine destro e la sua costruzione ex novo, con una «fondazione in massi ciclopici al di sopra della quale sarebbe stato realizzato un muro». E invece il muro non è stato abbattuto: il nuovo argine è stato costruito su una porzione di muretto già preesistente che non era nemmeno armato, quindi non in grado di reggere la forza idraulica calcolata. Ed era visibile anche a occhio nudo.
La situazione «ante evento - si legge nella perizia - è ricavabile da foto su Google Maps e dal rilievo dei manufatti residuali al disastro». Nelle foto si vede un argine precisamente diviso in tre fasce, di cui una era proprio il vecchio muro, quello che non doveva più esserci. «O il geologo Barbieri non aveva mai visitato il cantiere e per scrivere la nota citata si è fidato di quanto riferitogli da terzi - scrive Rosso - oppure ha prodotto detta dichiarazione (quella che l’argine era stato costruito come da progetto,ndr) non corrispondente al vero senza verificarla». Durante i lavori, inoltre, è stato deciso di realizzare un diaframma in limi e argille - struttura di rinforzo sul terreno -ed è stato aggiunto sul libro contabile. Eppure sull’argine nemmeno l’ombra. Dalle indagini effettuate dal laboratorio Pangea di Torino per conto di Rosso emerge infatti solo «uno strato di altezza e profondità variabile costituito da limi, debolmente argillosi con numerosi interruzioni ghiaiose - si legge nella relazione - e che il materiale non risulta, per composizione, idoneo per costituire un diaframma impermeabile». In altre parole: se quello doveva essere un diaframma non avrebbe mai raggiunto «nemmeno parzialmente - scrive il consulente- lo scopo per cui è stato realizzato». Fosse solo questo. Il progetto arrivato in appalto nel 2007 era già, in parte, diverso da quello omologato dal Genio civile; «già in questa fase era possibile notare - si legge nella perizia - che il muro d’argine appariva geometricamente non idoneo a sostenere la spinta idraulica nella fase di piena. Le verifiche di ribaltamento presenti nel progetto non sono chiare e non consentono di comprenderne la congruità del dimensionamento. A questo si aggiunge la scarsa qualità degli elaborati di progetto».
Rimane poi un punto inoppugnabile che salta fuori dalla perizia del consulente: il fatto che il Carrione sia ormai un corso d’acqua a bollino rosso. Gli oltre 50 milioni spesi non sono serviti a metterlo in sicurezza e molti altri dovranno essere spesi. Era il 2000quando il Comune di Carrara cominciò a pensare a come gestire il rischio idrogeologico, sulla scia della legge Sarno del 1998 (fu approvata proprio la devastazione del paese in provincia di Salerno). Ma solo nel 2003, anno dell’alluvione in cui perse la vita Idina, una donna di 76 anni, la macchina amministrativa cominciò a muoversi. Lentamente. Furono stanziati i fondi e divise le competenze fra i vari enti: alla Provincia gli argini, al Comune i ponti, al consorzio di bonifica la manutenzione. I venti chilometri del torrente sono stati divisi in una ventina di lotti, a loro volta suddivisi in “sotto-lotti”.
Il punto è che il torrente è stato “compromesso” dalla mano umani. «Anche un semplice sopralluogo, adeguatamente esteso alla zona montana nel bacino - si legge infatti nella relazione di Rosso - fa emergere con indubbia chiarezza il considerevole impatto esercitato dall’estesa compromissione del territorio sulle dinamiche dei deflussi idrici nel bacino del Carrione in termini di: ostruzione, restringimento, artificializzazione e/o addirittura totale cancellazione degli alvei naturali, asportazione della copertura vegetale del suolo, accumuli non consolidati dello smarino di cava (ravaneti), etc». La causa quindi delle continue esondazioni del Carrione secondo il consulente sono da ricercarsi «principalmente» nell’azione di «compromissione del territorio - si legge - aggravatasi sempre di più dal dopoguerra in avanti, con effetti assolutamente manifesti».
Ci sono appunto tratti d’alveo occupati da strade, argini stretti e soprattutto i detriti delle cave. Quegli stessi detriti che erano già finiti nell’inchiesta della Procura per l’alluvione del 2003, dove morì una donna, prima che il processo fosse cancellato dalla prescrizione. Il tronco terminale del Carrione è infatti diventato pensile, vale a dire che il letto del corso d’acqua è innalzato rispetto a quello del terreno circostante.
Tutti elementi che andranno ascoltati, valutati, e presi in considerazione per evitare altre, ennesime, alluvioni.
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