Il Tirreno

La polemica

Favole gender, parlano i genitori che hanno ritirato la figlia da scuola

di Manuela D’Angelo
Favole gender, parlano i genitori che hanno ritirato la figlia da scuola

La mamma: "Nessuna  informazione sul progetto, lo abbiamo scoperto dai compiti a casa"

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MASSA. C’è tutto un mondo cattolico che si sta muovendo in solidarietà della famiglia che ha ritirato la figlia da una scuola pubblica della nostra provincia, dove viene insegnata la differenza di genere. Un caso che sta diventando nazionale, anche perché di mezzo c’è l’educazione dei bambini, la cultura gender, la conoscenza di ciò che è diverso, il sesso e la sessualità, i soldi pubblici investiti nel progetto regionale “Liber* Tutt*” e il rapporto scuola- famiglia, spesso complicato e non complementare.

A parlare, oggi, sono i genitori della bambina: «Siamo una famiglia cattolica - spiegano - insegniamo ai nostri figli a rispettare tutti, a voler bene a tutti, ad aiutare i più deboli, ad essere buoni e misericordiosi. Crediamo nella parità dei diritti, ma non nella parità dei sessi. Uomo e donna sono diversi, perché così vuole natura. A nostra figlia hanno cercato di insegnare che non esiste l’uomo o la donna, ma che siamo ciò che ci sentiamo di essere in quel momento. Stanno confondendo i bambini e lo fanno attraverso le favole».

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I genitori della bambina hanno chiesto il trasferimento della figlia lo scorso 6 ottobre, il giorno dopo aver scoperto il tipo di favole che erano state raccontate in classe, nell’ambito del progetto regionale “Lber* Tutt*”, che si scrive proprio così, senza le vocali: «Ribadiamo- spiegano i genitori- che noi di questo progetto regionale non ne sapevamo nulla, anzi, ad inizio anno la scuola ci ha parlato di un progetto dedicato alle favole. Ci siamo fidati, non abbiamo visto le tematiche, non sapevamo di cosa si trattava in realtà. Sappiamo che, quando nostra figlia era già stata ritirata, a scuola è stata fatta firmare l’adesione al progetto a tutti i genitori. Sfidiamo la scuola a dimostrare dunque che aveva anche la nostra adesione a Liber* Tutt*».

I genitori della bambina ripercorrono passo passo l’accaduto: il 5 ottobre vengono raccontate in classe due favole, “Una bambola per Alberto” e “La principessa e il drago”; la prima è la storia di un bambino che i genitori fanno giocare solo con giocattoli “da maschi”, mentre lui vorrebbe una bambola; la seconda è la storia di una principessa, femmina quindi, che si salva da sola dal drago malvagio, perché, appunto, non ha bisogno di nessun principe che la aiuti. Insomma, lo stereotipo del principe che diventa principessa e del sesso che non conta quando si vuole compiere un’impresa eroica. La bambina torna a casa e scrive un compitino su quanto ha sentito: è così che la mamma si accorge del messaggio passato in classe. Il 6 ottobre la famiglia chiede il nulla osta per trasferire la figlia lontano da quella scuola pubblica; l’8 ottobre, secondo quanto riportato dalla mamma della bambina, approfittando di una riunione in cui eleggere i rappresentanti di classe, viene fatta firmare l’adesione al progetto a tutti i genitori, con firma mancante, appunto, della famiglia in questione. Il gap di comunicazione tra scuola e genitori è innegabile. Abbiamo provato a rintracciare la dirigente scolastica dell’istituto in questione, ma inutilmente.

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Ci siamo però fatti spiegare da un addetto ai lavori come funzionano questi progetti e come vengono messi in piedi. L’ente, che sia il comune, la provincia o qualsiasi altro, propone il progetto alle scuole, ne parla con i dirigenti scolastici; i dirigenti scolastici possono approvare o meno e se sono favorevoli ne informano il consiglio di classe. I genitori rappresentanti, poi, dovrebbero informare le singole famiglie e chiedere l’adesione definitiva al progetto. Se un’intera classe dicesse “no”, allora il dirigente sarebbe tenuto a modificare la proposta; se solo qualche genitore dicesse “no” allora il dirigente potrebbe prevedere per quei pochi alunni un’attività alternativa. Ad oggi, a difendere a spada tratta il progetto Liber* Tutt* c’è la Provincia, nella persona del dirigente alla cultura e alle pari opportunità Marina Babboni: «Stiamo cercando di mantenere un basso profilo- spiega- ma è difficile. Un solo caso, uno solo, che sta rovinando un’esperienza bellissima e di altissimo valore educativo. Un progetto- spiega la Babboni- rivolto agli alunni dai 5 ai 18 anni incentrato sul valore delle differenze, nato per superare pregiudizi e convenzioni attraverso la prosa, la danza, le favole e le canzoni. È da qui che passa la lotta alla violenza di genere e ai femminicidi. Si passa da qui, dalla conoscenza della diversità, dal rispetto delle diversità, fino all’abbandono della paura per chi non è come noi».

La provincia ribadisce i numeri del progetto, al secondo anno consecutivo, a cui hanno partecipato 35 scuole del territorio, 1100 alunni nel 2014, e altrettanti per questo anno scolastico; fior fiori di professionisti provenienti da tutta la Regione, pedagogisti, attori, specialisti nel linguaggio sessista; un’offerta formativa condivisa con i genitori, inserita nel POF, concordata con i livelli più alti della Regione Toscana.

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