Il presidio
Bruno Rossi: «Ho visto morire sotto le bombe»
Il ricordo dell’incursione del 29 dicembre 1944 che colpì Borgo del Ponte «Alcune ragazze salutavano gli aerei: sono rimaste sepolte sotto le macerie»
di ALESSIO PROFETTI
«Qua erano tutte macerie, lì c’era una casa ma le bombe l’hanno buttata giù con le persone che c’erano dentro». Per stare dietro a Bruno bisogna stare attenti, non fermarsi.
Bruno Rossi, sopravvissuto al bombardamento di Borgo del Ponte del 29 dicembre 1944, è svelto di lingua e di gambe, lui la guerra vuole raccontarla là dove l'ha vista, dove l'ha vissuta: tra gli anfratti, i vicoli e le strade che fanno di Borgo del Ponte un piccolo labirinto tra la vegetazione e le case nate sopra il Frigido.
«Lì è dove abitavo prima che cominciasse la guerra – continua a raccontare Bruno mentre indica una finestra in via Cavallotti – ci vivevo con i miei genitori e le mie quattro sorelle...a dire la verità ci abito ancora. A quel tempo ero un ragazzino, andavo a scuola, abbiamo capito che la guerra stava arrivando proprio lì tra i banchi, i maestri continuavano ad andare via, dicevano di dover partire».
Poi la scuola chiuse, il quartiere lentamente si riempì di manifesti, bandi di sfollamento, l’ordine era di lasciare la città: «Si stava muovendo qualcosa di brutto, ordinavano che dovevamo lasciare la città, così su due piedi. Noi più giovani non volevamo, allora rispondevamo ai soldati scrivendo sui muri cose tipo “noi non ce ne andiamo”...volevamo sfidarli».
Ride Bruno mentre lo racconta, cammina e ride, perché lui da Borgo del Ponte non se n’è mai andato, neanche quando la sua famiglia si è trasferita a Nazzano per paura di essere arrestata.
«Anche io sono stato là qualche giorno ma poi sono tornato. Mia madre e mia sorella fecero la foce a piedi, mi tornarono a chiamare ma io no. Ogni tanto li andavo a trovare ma la mia casa era qui». Come Bruno tanti altri ragazzi, ragazze e donne, la vita trascorreva in compagnia giorno per giorno, a ognuno il proprio compito, a ognuno il proprio ruolo, come una comunità dentro una comunità.
«Ci si aiutava tutti, con il cibo, i lavori. Erano le donne a gestire tutto, ci dicevano cosa dovevamo e non dovevamo fare e guai a contraddirle o fare qualcosa di sbagliato (ride Bruno) la notte invece dormivo da solo, volevo starmene a casa mia, in soffitta senza accendere il camino perché avevo paura che i soldati vedessero il fumo...c’era un freddo».
Poi venne dicembre e arrivarono le bombe. Bruno racconta e sembra di vederli quegli aerei che il 29 dicembre del 1944 bombardarono Borgo del Ponte, Santa Lucia e Capaccola: prima il fischio che stride nell’aria, un suono che taglia, sempre più forte, infine il boato. Tutto trema e niente viene risparmiato.
«Sapevamo quando bombardavano, ormai ci eravamo abituati a tutto, si correva sotto qualche volta oppure ci si nascondeva nel rifugio – continua a raccontare Bruno mentre batte il piede per terra in piazza Ospedaletto – qui sotto c’era un rifugio antiaereo, ci si stava in un centinaio. Ricordo che il ventinove, ho visto arrivare gli aerei, allora sono sceso in strada e ho cominciato a correre come un razzo (Bruno cambia espressione e smette di sorridere) alcuni miei amici sono morti. Alcune ragazze da una finestra guardavano gli aerei e li salutavano… non avevano capito…sono rimaste sotto le macerie e sono morte. Anche io sono andato ad estrarre i corpi. Qui vicino a casa mia abitava una ragazza...si chiamava Ester, era un anno più piccola di me, quando l’hanno tirata fuori dalla macerie io sono andato a casa dei suoi, li ho chiamati dalla strada ma poi sono andato via…non ce la facevo».
Ma è testardo Bruno, un ragazzino testardo, per lui la guerra ormai era diventata una sfida: «Facevo da spola ai partigiani, quando andavo a trovare mio babbo che lavorava in miniera prendevo un po' di esplosivo e lo nascondevo nello zaino, sopra ci mettevo dell'uva. Ricordo che una volta mentre camminavo sulla foce incontrai un posto di blocco, non sapevo cosa fare, così iniziai a camminare vicino al bordo in modo da potermi buttare di sotto. Mi videro, allora ho iniziato a sorridere e sono andato verso di loro, offrii a tutti l'uva che avevo nello zaino.
Da quel momento mi fecero sempre passare senza problemi, tutte le volte che arrivavo io gli davo un po' d'uva e loro mi facevano andare, con l'esplosivo nascosto nello zainetto». Poi i soldati tedeschi iniziarono ad arretrare, al di là del fiume, e lentamente la città fu liberata: «Sono arrivati, sono arrivati, urlavano nel quartiere, gli americani sono arrivati. Li ho visti con tutte quelle uniformi, erano bellissime. Nel quartiere si fece una festa…ti accorgevi che c’erano gli americani perché per terra le strade erano piene di sigarette».
E ride Bruno, ride come se stesse beffandosi della guerra, dei soldati, delle bombe, di tutta la violenza che ha visto, sfidato. Perché lui non se n'è mai andato, è ancora qui, come la casa in cui continua a vivere da quando era ragazzino, ferma e dritta anche sotto i bombardamenti.
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