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Prende contributi pubblici poi chiude: condannata

Prende contributi pubblici poi chiude: condannata

Commerciante aveva ottenuto quasi 27.000 euro di agevolazioni da Invitalia Ora la Corte dei conti le imputa un danno erariale e impone di restituirli

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MASSA. Aveva ottenuto da Sviluppo Italia, l’agenzia statale nata per favorire lo sviluppo delle imprese, un finanziamento di 31.000 euro. Ma a un controllo della Guardia di Finanza, risultò che quei soldi non li aveva utilizzati come prevedeva il contratto di concessione delle agevolazioni e che due anni dopo aver ricevuto il finanziamento, aveva chiuso l’attività. Ora a distanza di nove anni, la Corte dei conti condanna la commerciante per danno erariale ai danni di Sviluppo Italia – che nel frattempo è diventata Invitalia Autoimpiego Spa – 26. La somma che dovrà restituire è di 26.792 euro, un onere pesante se si tiene conto che la signira aveva giuà versato 17 delle 20 rate di ammortamento del mutuo collegato al finanziamento.

I fatti risalgono al 2006 quando la signora Martina Lenelli di Massa, titolare del negozio “Cadò” che vende articoli casalinghi e cristallerie chiede e ottiene il finanziamento che Sviluppo Italia metteva in campo per aiutare le piccole imprese. Qualche tempo dopo, però, c’è un controllo delle Fiamme Gialle. Il cui rapporto ravvisa parecchie “scorrettezze” da parte della commerciante: il mancato svolgimento dell’attività commerciale per almeno 5 anni dalla concessione delle agevolazioni (il negozio risulta avere cessato l’attività nel 2008); l’avere trasferito i beni aziendali senza autorizzazione di Sviluppo Italia, la mancata esibizione del registro dei beni e della relazione sull’andamento dell’attività. Tutte cose richieste da Invitalia per avere diritto all’agevolazione.

A quel punto, la finanziaria di Stato revoca il contributo al negozio e chiede la restituzione “di quanto indebitamente percepito”. La commerciante non ottempera e a quel punto la Procura della Corte dei conti chiama in giudizio la signora Lenelli, contestandole, in sostanza, di avere provocato un danno all’erario utilizzando in modo “irregolare” le agevolazioni ricevute e di esseri tenuta indebitamente le somme ricevute. La negoziante, assistita dalle avvocatesse Lorenza Colotto e Ilaria Cappelli si difende sostenendo di non avere mai ricevuto la notizia della revoca dei contributi e neanche la diffida al pagamento. E sostenendo anche che la chiusura dell’attività non era stata un atto di “occultamento doloso” come invece accusava la procura.

La sentenza dei giudici della sezione toscana della Corte dei conti è stata però sfavorevole alla commerciante massese, che è stata condannata al risarcimento di quasi 27mila euro. La commerciante – si legge nella sentenza – «si è comportata come se la concessione del finanziamento pubblico fosse incondizionata e svincolata dal perseguimento di interessi pubblici».(c.f.)

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