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Lavori sull’argine del Carrione: i quesiti irrisolti
Dalla relazione dell’ingegner Rosso domande precise «Perché non è stato seguito il progetto a base di gara?»
CARRARA. Perché le imprese che hanno eseguito i lavori sull'argine crollato non hanno seguito il progetto a base di gara?
E perché lo stesso progetto è stato cambiato più volte in corso d'opera? Per risparmiare? Per negligenza? O per ignoranza, quel “non conoscere” che però la legge in questo caso non ammette?
È quanto si dovrà appurare in questa fase dell'inchiesta sull'alluvione del 5 novembre scorso, in seguito alla perizia di oltre cento pagine di Maurizio Rosso, consulente nominato dal giudice per le indagini preliminari, Ermanno De Mattia, per l'incidente probatorio sul tratto di muro crollato. Non è chiaro infatti se l'opera sia stata realizzata in conformità a quanto dichiarato in contabilità; in altre parole: se tutti i soldi pubblici siano stati usati per la realizzazione dei lavori. Presumibilmente no, ma «la documentazione contabile relative alle opere del V lotto dei lavori di sistemazione idraulica del torrente Carrione – si legge nella perizia – risulta essere di disorganica e di difficile lettura a causa delle numerose versioni della contabilità presenti nel materiale fornito». Di certo c'è che, non solo il progetto è stato «inspiegabilmente» peggiorato in corso d'opera, ma che i lavori sono stati eseguiti in maniera difforme al progetto. Questo prevedeva infatti la completa demolizione dell’argine destro e la sua costruzione ex novo, con una «fondazione in massi ciclopici al di sopra della quale sarebbe stato realizzato un muro». E invece il muro non è stato abbattuto: il nuovo argine è stato costruito su una porzione di muretto già preesistente che non era nemmeno armato, quindi non in grado di reggere la forza idraulica calcolata. Ed era visibile anche a occhio nudo. La situazione «ante evento – si legge nella perizia – è ricavabile da foto su Google Maps e dal rilievo dei manufatti residuali al disastro». Nelle foto si vede un argine precisamente diviso in tre fasce, di cui una era proprio il vecchio muro, quello che non doveva più esserci. «O il geologo Barbieri non aveva mai visitato il cantiere e per scrivere la nota citata si è fidato di quanto riferitogli da terzi - scrive Rosso - oppure ha prodotto detta dichiarazione (quella che l'argine era stato costruito come da progetto,ndr) non corrispondente al vero senza verificarla». Durante i lavori, inoltre, è stato deciso di realizzare un diaframma in limi e argille - struttura di rinforzo sul terreno -ed è stato aggiunto sul libro contabile. Eppure sull'argine nemmeno l'ombra. Dalle indagini effettuate dal laboratorio Pangea di Torino per conto di Rosso emerge infatti solo «uno strato di altezza e profondità variabile costituito da limi, debolmente argillosi con numerosi interruzioni ghiaiose – si legge nella relazione – e che il materiale non risulta, per composizione, idoneo per costituire un diaframma impermeabile». In altre parole: se quello doveva essere un diaframma non avrebbe mai raggiunto «nemmeno parzialmente – scrive il consulente– lo scopo per cui è stato realizzato». Fosse solo questo. Il progetto arrivato in appalto nel 2007 era già, in parte, diverso da quello omologato dal Genio civile; «già in questa fase era possibile notare – si legge nella perizia - che il muro d’argine appariva geometricamente non idoneo a sostenere la spinta idraulica nella fase di piena. Le verifiche di ribaltamento presenti nel progetto non sono chiare e non consentono di comprenderne la congruità del dimensionamento. A questo si aggiunge la scarsa qualità degli elaborati di progetto». Una carrellata di colpe, negligenze, imperizie che sembrano avallare la tesi accusatoria del procuratore capo Aldo Giubilaro che sta conducendo da mesi le indagini con il supporto di un pool di periti. Gli indagati in questa fase dell’inchiesta sono 7: il dirigente della Provincia, Barbieri, la responsabile del servizio patrimonio dell’ente, Marina Rossella Tongiani, l’ex dirigente alla difesa del suolo Giovanni Menna, il titolare della ditta costruttrice Elios srl di Aulla, Diego Tognini, il geometra Giulio Alberti, direttore tecnico del cantiere dove avvenne il crollo, il progettista dell’opera. E ancora: Franco Del Mancino, progettista e direttore dei lavori dell’argine, cioè colui che lo ha certificato e Stefano Michela, ex dirigente alla difesa del suolo della Provincia.
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