Il Tirreno

I tedeschi prigionieri in piazza a Carrara

di CORRADO BENZIO
I tedeschi prigionieri in piazza a Carrara

Per mesi e mesi la popolazione apuana ha subito violenze e tanta fame Il mercato nero e gli scambi: sale marino in cambio di farina emiliana

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di CORRADO BENZIO

Quell'angolo di piazza Alberica è rimasto pressochè intatto, con la vecchia struttura del negozio che è arrivata fino ad oggi. Fa ancora più impressione immaginare quei giorni che seguirono alla liberazione di Carrara l'11 aprile del 1945. Era un pomeriggio. I pochi tedeschi che ancora combattevano vengono rastrellati dalle brigate Garibaldi e poi consegnati agli Alleati.

Per chi ha vissuto quei momenti sono immagini che sono rimaste nella mente. Per gli altri colpiscono quei soldati tedeschi, neppure troppo giovanissimi, con i militari americani che li sorvegliano. I soldati Usa fanno parte della Military Police, come si vede dalla fascia al braccio o all'elmetto, con sui la sigla MP. In quante centinaia di film avremmo poi visto quei soldatoni portare via compagni ubriachi o sedare risse. Fin dai tempi di film epocali come Da qui all'eternità, ambientato nei giorni che precedettero l'attacco giapponese a Pearl Harbour e con un cast d'eccezione: Burt Lancaster, Montgomery Clift e Frank Sinatra fra gli uomini, mentre l'unica donna protagonista era Deborah Kerr.

Una lunga premessa per sottolineare che le facce quasi perse dei soldati della Wehrmacht non devono far dimenticare cosa furono quei mesi prima della Liberazione per la popolazione di Carrara e delle zone vicine. E cosa volesse significare vivere sotto il gioco nazista. Ancora una volta ci affidiamo a Maurizio Fiorillo e al suo libro Uomini alla macchia.

Nel dicembre del 1944, il Cln apuano scriveva a Roma, dove si era ricostituito il governo legittimo. La missiva era inviata al ministero delle Terre Occupate. «Circa 400mila persone _ scrivono i rappresentanti del comitato di liberazione nazionale _ affamate, senza lavoro, senza mezzi, indumenti e medicinali, sotto l'oppressione e la violenza sistematica con l'incubo perenne della fucilazione e della deportazione, stanno subendo un gravame di sacrifici e lotte che stanno diventando insostenibili. Nelle montagne, nascosti come animali, vivono famiglie che per procacciarsi il misero etto di pane che le autorità nazi-fasciste ancora concedono, compiono miracoli podistici per raggiungere il distante forno di città e dalla stessa città migliaia di donne coi mezzi più impensabili e quasi sempre a piedi cercano di recarsi nel parmigiano e nel modenese per procacciarsi un po' di alimento e su tutto ciò domina incontrastato l'egoismo della borsa nera».

Quante volte, nel primo Dopoguerra, incrociando questa o quella donna, c'è chi sussurava: «Era una borsara nera, aveva fatto tanti soldi». C'è chi al primo cibo vero, portato dagli Alleati, vomitò tutto: non era più abitato lo stomaco a digerire cibo così grasso (si fa per dire…).

Come scrive ancora Fiorillo, in Lunigiana la carne ed i grassi d'origine animale erano quasi scomparsi. Di fatto il ricorso alla borsa nera era quasi indispensabile per tutta la popolazione cittadina, ovvero chi non aveva autoconsumo proveniente da proprie coltivazioni.

In Emilia molti barattavano un prodotto che era ormai introvabile nella Pianura Padana: il sale. Sulle spiagge apuane e spezzine le donne facevano bollire l'acqua di mare, per ottenere il sale marino grezzo.

Quel sale che serviva agli allevatori e ai norcini in Emilia. Questi scambiavano il sale con la farina. E questo viavai era condotto con piccoli carretti a trazione umana. Ovvero trascinati dalla forza delle braccia delle donne.

Questo avevano patito le popolazioni civili. Per questo i visi rassegnati dei prigionieri tedeschi erano gli stessi che fino a poche ore prima avevano ridotto a fame e paura la gente apuana.

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