Il presidio
Ecco le malefatte sul corso del Carrione
L’analisi del consulente del gip: bacino stravolto dall’uomo
CARRARA. Il Carrione, quello che d'estate è un rigagnolo che scende innocente dalle Apuane, è in realtà un corso d'acqua a bollino rosso. È scritto tra le righe delle oltre cento pagine di perizia di Maurizio Rosso, il consulente nominato dal giudice per le indagini preliminari, Ermanno De Mattia, per l’incidente probatorio sull'argine crollato a pochi anni dalla sua costruzione .
Un argine «del tutto inidoneo a scongiurare il rischio del verificarsi del fenomeno», scrive il tecnico, perché non realizzato come da progetto e, soprattutto – stando alla relazione -, fuori da ogni logica ingegneristica. Sarebbe stata proprio questa la causa dell'alluvione che ha devastato la città il 5 novembre scorso, causando centinaia di milioni di euro di danni e paure non quantificabili.
E le responsabilità, per quella stessa alluvione, stanno saltando fuori una a una, grazie al lavoro della Procura e del tecnico nominato dal giudice: ci sono le imprese che hanno realizzato i lavori, i tecnici, che hanno elaborato il progetto, senza aver «approfondito adeguatamente l’attività progettuale» - scrive Rosso-, l’ente che avrebbe dovuto «sovrintendere alla corretta esecuzione delle opere», che ha invece «abdicato al proprio ruolo di controllore a garanzia della pubblica incolumità» e infine il direttore dei lavori che ha certificato la regolare esecuzione di opere «del tutto difformi da quelle previste in progetto – scrive il tecnico – senza predisporre alcuna variante, al di là del fatto che queste ultime fossero di per sé non adeguate allo scopo».
Però, c'è un però: al di là dell'ultima alluvione, se il Carrione continua a esondare – si contano 4 alluvioni solo negli ultimi dieci anni – un motivo c'è. Ed è perché – scrive il consulente nella perizia - il suo bacino è stato stravolto nel corso degli anni dall'uomo, tra argini troppo stretti, tombinature, strade che occupano alvei senza soluzioni alternative per il convogliamento delle acque meteoriche e, non da ultimo, l’occupazione del letto del fiume da parte dei detriti delle cave di marmo.
«Anche un semplice sopralluogo, adeguatamente esteso alla zona montana nel bacino – si legge infatti nella relazione - fa emergere con indubbia chiarezza il considerevole impatto esercitato dall’estesa compromissione del territorio sulle dinamiche dei deflussi idrici nel bacino del Carrione in termini di: ostruzione, restringimento, artificializzazione e/o addirittura totale cancellazione degli alvei naturali, asportazione della copertura vegetale del suolo, accumuli non consolidati dello smarino di cava (ravaneti), etc».
La causa quindi delle continue esondazioni del Carrione secondo il consulente sono da ricercarsi«principalmente» nell'azione di «compromissione del territorio – si legge – aggravatasi sempre di più dal dopoguerra in avanti, con effetti assolutamente manifesti». Ci sono appunto tratti d'alveo occupati da strade, argini stretti e soprattutto i detriti delle cave.
Quegli stessi detriti che erano già finiti nell'inchiesta della Procura per l'alluvione del 2003, dove morì una donna, prima che il processo fosse cancellato dalla prescrizione. Il tronco terminale del Carrione è infatti diventato pensile, vale a dire che il letto del corso d'acqua è innalzato rispetto a quello del terreno circostante. E questa è la «prova incontestabile dell’ingente incremento di trasporto solido dovuto alla maggior disponibilità di materiale lapideo – scrive l'ingegnere - che la corrente idrica ha potuto prendere in carico nella parte montana del bacino, depositandolo laddove le pendenze si riducono considerevolmente, ossia nei pressi di Avenza».
La trasformazione del tratto vallivo del Carrione, scrive il tecnico «avrebbe dovuto da tempo allertare gli enti competenti sull’esigenza di provvedere sia ad una migliore regimazione delle acque superficiali nella zona di monte del bacino, sia ad una gestione più sensata dei ravaneti». E invece nulla: si è semplicemente provveduto, alluvione dopo alluvione, danni dopo danni e vittime dopo vittime a alzare muri sempre più alti «adeguandone progressivamente, ma in modo non sufficiente – scrive ancora Rosso - la capacità di deflusso agli eventi che man mano si manifestavano». Illudendo peraltro la cittadinanza di essere al sicuro dietro argini infiniti ma farraginosi. «Come in altri settori produttivi italiani, l’intreccio tra interesse economico, salvaguardia dei livelli occupazionali, scarsa sensibilità alle tematiche ambientali e farraginosità del sistema amministrativo/burocratico – scrive il consulente - ha determinato nel tempo il substrato sul quale si innestano le specifiche cause che hanno scatenato gli eventi alluvionali».
E a dirlo è un tecnico.
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