Il Tirreno

L'alluvione del novembre 2014: "L’argine non poteva proteggere i cittadini"

di Massimo Braglia
L'alluvione del novembre 2014: "L’argine non poteva proteggere i cittadini"

La perizia del consulente del gip: errori sommati ad errori

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CARRARA. Oltre cento pagine per arrivare a una conclusione sconvolgente e sconfortante allo stesso tempo: quegli argini sul Carrione erano fatti male, assolutamente inidonei a proteggere la popolazione. Eccola, la relazione del Ctu, il consulente tecnico d’ufficio ingegner Maurizio Rosso, discussa pochi giorni fa durante l’incidente probatorio del procedimento penale nato dalla disastrosa alluvione del 5 novembre dell’anno scorso. L’ingegnere torinese ha avuto incarico dal gip, il giudice per le indagini preliminari Ermanno De Mattia, di rispondere ad una serie di quesiti, che si riducono sostanzialmente ad uno: gli argini sono stati costruiti bene o male? Male, malissimo, è in sintesi la risposta. La devastazione e il dolore provocati dalla fuoriuscita del Carrione all’alba del 5 novembre erano quindi evitabili, se solo si fossero seguite le normali regole dei lavori pubblici. La relazione. Il primo quesito: il gip chiedeva di accertare le cause che hanno determinato l’inondazione ed il crollo dell’argine il 5 novembre 2014, in via Argine Destro, lungo il corso del torrente Carrione; il tutt, valutando l’assetto del territorio interessato dalla inondazione-esondazione anteriore al verificarsi dell’evento con analisi dal punto di vista meteorologico, pluviometrico, idrologico e idraulico. Ulteriore quesito: se le attività di estrazione e lavorazione e abbandono di materiale lapideo possano aver concorso all’evento.

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Le cause. Il consulente del gip scrive: le cause dell’inondazione del 5 novembre 2014 sono da attribuire principalmente alla tipologia di opere sia per come sono state progettate, già di per sé erroneamente, sia per come sono state realizzate, ossia in totale difformità rispetto alle indicazioni progettuali, peggiorandone ulteriormente le condizioni di stabilità.

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L’incidenza del lapideo? Trascurabile. Questo il passaggio sull’incidenza dei materiali lapidei in alveo e in generale della gestione del territorio: «Di certo - osserva l’ingegnere Rosso - le consistenti modifiche antropiche che hanno segnato il bacino del Carrione hanno influito consistentemente sulle caratteristiche dell’onda di piena: a parità di precipitazioni se il territorio fosse stato adeguatamente manutenuto, se l’idrografia della porzione montana del bacino non fosse stata completamente rivoluzionata, se i detriti della lavorazione del marmo non fossero stati scaricati in alveo o in luoghi ove la corrente ha potuto prenderli in carico nel corso dei decenni, depositandolo a valle, se di conseguenza l’alveo del Carrione non si presentasse pensile nel tratto della frazione Avenza, se le opere di attraversamento fossero tutte state adeguate alla portata di piena di progetto e alle variazioni morfologiche del corso d’acqua, molto probabilmente la portata massima raggiunta in occasione dell’evento sarebbe stata inferiore. Tuttavia, considerando il fatto che il crollo dell’argine non è avvenuto per sormonto, ma per l’intrinseca fragilità strutturale dello stesso, detti elementi possono considerarsi trascurabili per il caso in esame».

Secondo quesito: i fattori del crollo e la presenza di “limi” e argille. Il gip De Mattia chiede anche di individuare tutti i fattori causali dell’evento, anche dal punto di vista dello stato di manutenzione del reticolo idrografico e delle caratteristiche progettuali ed esecutive dei manufatti. Chiede inoltre di verificare l’eventuale presenza nell’alveo del Carrione di un diaframma in limi (materiale inerte di grana più grossa della sabbia e più fine dell’argilla) ed argille, descrivendo, in caso positivo, la sua eventuale incidenza sull’idoneità ed adeguatezza dell’argine crollato. L’ingegner Rosso ribadisce: «Il crollo dell’argine è da addebitarsi principalmente alla tipologia di opere sia per come sono state progettate, già di per sé erroneamente, sia per come sono state realizzate, ossia in totale difformità rispetto alle indicazioni progettuali, peggiorandone ulteriormente le condizioni di stabilità. Per quanto concerne la presunta realizzazione di un diaframma in limi/argille, i sondaggi eseguiti hanno consentito di verificare la presenza di materiale che potrebbe essere in linea di massima compatibile per lo scopo designato, ossia contrastare i moti di filtrazione. Tuttavia, considerando i lavori di realizzazione in somma urgenza della palancolata, non è possibile accertare se detto diaframma sia stato non soltanto effettivamente realizzato nel rispetto delle indicazioni dichiarate dal progettista in sede di esecuzione lavori e contabilità, ma anche quali fossero le sue caratteristiche geometriche, dimensionali e quantitative, poiché i luoghi si presentano irrimediabilmente modificati. Inoltre, non è stato possibile rinvenire prova documentale (a meno di alcune dichiarazioni fornite da dipendenti delle ditte esecutrici) sull’effettiva esecuzione delle lavorazioni e sulla fornitura del materiale da parte della ditta Cei srl di Lucca».

Un altro punto chiave: l’argine crollato era del tutto inidoneo. Al terzo quesito del giudice, “valuti l’idoneità del progetto dell’argine crollato a scongiurare il rischio del verificarsi del fenomeno”, la risposta dell’ingegner Rosso (che però nello svolgersi della perizia si era ovviamente dilungato nelle analisi) è, nelle conclusioni, lapidaria: «L’argine crollato era a tutti gli effetti del tutto INIDONEO (maiuscolo nella perizia, ndr) a scongiurare il rischio del verificarsi del fenomeno».

Argine diverso dal progetto. Andiamo avanti nell’analisi delle conclusioni della perizia. Il gip chiede all’ingegner Rosso di verificare la conformità o meno degli interventi esecutivi realizzati (con riferimento all’argine crollato) rispetto alle originarie indicazioni progettuali. La replica del consulente è anche in questo caso, sintetica e - letta con gli occhi dei cittadini alluvionati - sconvolgente: «Quanto realizzato si discosta considerevolmente da quanto previsto progettualmente e lo scrivente Ctu (cioè il consulente ingegner Rosso, ndr) non è in grado di riconoscere alcuna motivazione tecnica in grado di giustificare la divergenza tra quanto realizzato e progettato».

Le caratteristiche tecniche dell’argine: ecco “l’errre principale”. Il gip nel quinto quesito torna a chiedere di valutare l’idoneità delle opere effettivamente realizzate ad evitare l’evento e chiede di descrivere le caratteristiche tecniche. E il consulente specificare: «In sede di conclusioni preme sottolineare come l’errore principale stia soprattutto nell’aver realizzato una sopraelevazione arginale di un muretto preesistente assolutamente non progettato e realizzato per resistere alle sollecitazioni indotte dalla piena. Infatti, le indagini invasive eseguite nell’ambito della procedura hanno consentito di verificare che detto muretto, parte costituente dell’argine preesistente, non è armato (o lo è in maniera talmente debole che i ferri d’armatura non sono stati intercettati dai carotaggi) ed è per lunghi tratti costituito da una semplice muratura di pietrame e malta».

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