Il presidio
Stilista quotata e giramondo a soli 26 anni
La villafranchese Maria Giovanna Di Santo tornata al paese dopo i successi in Indonesia
VILLAFRANCA. Maria Giovanna Di Santo ha una storia particolare che rivela la caparbietà di una ragazza di soli 26 anni che ha inseguito il suo sogno, lo ha raggiunto ed è tornata, appagata, nella sua terra per continuare a coltivarlo e, perché no, farlo diventare sempre più grande.
Maria Giovanna ha la passione per la moda, in particolare per la creazione di modelli sin dalla più tenera età, imparando come l’arte della cucitura dalla nonna. E questa passione l’ha mantenuta, sfociando in un piano di studi che l’ha condotta a Milano, dopo una breve parentesi a Economia, e che l’ha portata in giro per l’Italia e il mondo. «Sin da piccola amavo disegnare vestiti – confessa Maria Giovanna - le mie Barbie furono i primi modelli: modificavo i loro abiti secondo la mia fantasia. Grazie agli insegnamenti di mi nonna ho imparato a cucire e pian piano questa passione è diventata sempre più forte».
L’interesse per il disegno non si spegne, ma continua a coltivarla anche alle Superiori sebbene non abbia frequentato l’Artistico come avrebbe voluto, ma il Pedagogico. L’università però è stato il momento in cui la razionalità è stata battuta dall’amore incondizionato per la sartoria. «Dopo una breve parentesi a Economia, mi sono trasferita a Firenze all’Accademia italiana Arte moda, dove ho seguito il corso di laurea in fashion design. In questo scuola insegnavano un po’ di tutto; continuavo però a voler imparare a trasformare un mio disegno in un abito. Dopo varie ricerche ho trovato l’Istituto di moda Burgo a Milano dove ho seguito un corso intensivo di due anni in uno, diplomandomi in sartoria e modellista d’alta moda, specializzandomi in abiti da cerimonia».
La grande capacità d’apprendimento legata a quel fuoco sacro che si deve avere in questo settore, ha consentito a Maria Giovanna di farsi notare dalla scuola che le ha proposto di insegnare all’estero, aprendo una nuova in Indonesia. «Quando ho ricevuto la proposta, sono rimasta abbastanza sorpresa, ma ho pensato al mio futuro e al curriculum e ho accettato, senza quasi pensarci, sebbene la distanza da casa fosse notevole. E’stato un anno tosto, mi sono ritrovata in un paese straniero, con barriere culturali e linguistiche da superare».
In questi dodici mesi non sono mancate però le soddisfazioni avendo rappresentato l’ambasciata italiana nell’evento di moda internazionale a cui partecipavano anche le altre legazioni e partecipando alla prima fashion week indonesiana. «E’ stata una grande esperienza, ho conosciuto un popolo dedito al lavoro e molto aperto, che sta cercando di occidentalizzarsi. Hanno una forte deferenza verso l’Italia e mi è stata dimostrata in più di un’occasione, mi hanno dato tantissimo rispetto, sebbene insegnassi anche a persone più grandi di me. E’ un paese con grandi contraddizioni, che accosta una grande ricchezza ad una povertà estrema».
Dall’Indonesia ritorna in Italia, ma non ancora in Lunigiana. Dopo un periodo di due mesi nel capoluogo lombardo, la scuola milanese, infatti, la manda a Rieti, sulla scorta del successo indonesiano, per aprire un’altra succursale. Passa quindi un altro anno qui e poi prende la strada di casa. «Ho sempre desiderato aprire il mio atelier, ma soprattutto di farlo a Filetto. L’atelier è un luogo particolare, dove la persona entra e si fa realizzare un abito, fatto su misura, con particolarità e tessuti che lo rendono un pezzo unico nel suo genere. Lo scorso gennaio ho realizzato questo sogno, con grandi sacrifici, dapprima come ufficio stile, dove le persone venivano a chiedere consigli per i loro outfit, disegnando e realizzando abiti. Con l’aumento delle richieste ho deciso di aprirlo in questa forma, mantenendo la mia specializzazione nel campo degli abiti da cerimonia per uomo donna e bambino. Voglio costruire un grande atelier, magari prendendo un paio di ragazze per trasmettere quello che ho imparato e dare un quid in più al territorio dove sono cresciuta».
Una storia che va in controtendenza con quelle di giovani che si allontanano dal suolo natio, senza prospettive di ritorno. In questo caso, invece, il bagaglio culturale diventa una spinta ad aggiungere qualcosa al proprio territorio. In fondo chiamiamo casa, il luogo dove il cuore risiede.
Cristiano Borghini
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