Il presidio
di MELANIA CARNEVALI Molti in città lo conoscono per essere uno degli autori della Benna insaguinata apparsa lo scorso giugno durante Marble Weeks davanti al Comune. O del presepe shock che ha fatto...
di MELANIA CARNEVALI
Molti in città lo conoscono per essere uno degli autori della Benna insaguinata apparsa lo scorso giugno durante Marble Weeks davanti al Comune. O del presepe shock che ha fatto il giro d'Italia con quell'immagine del bambinello scheletrico piazzato proprio davanti al Duomo nel Natale del 2012. E ancora: mente e mano di altre opere irriverenti e provocatorie che schiaffeggiano e scuotono e danno pugni di coscienza. Perché l'arte alla fine è anche questo: un bagno di consapevolezza. Ma Romeo Buffoni, pittore carrarese, o meglio toranese, è anche uno degli artisti più romantici che esistano nel territorio apuano. Disegna boschi. Sempre diversi. Che poi altro non sono che stati d'animo, pensieri, inconscio. Tutti suoi. «Non so mai cosa e come lo disegnerò. Inizio da un angolo della tela e vado», racconta quando lo incontriamo in Vicolo dell'arancio, nel cuore del centro storico, nel suo piccolo studio con la porta sempre aperta, estate e inverno. Ci accoglie con un sorriso, senza distogliere lo sguardo dalla tela. La fissa, immobile, con il pennello appoggiato sulla coscia destra, estasiato da un'immagine che sta per uscire. Poi all'improvviso parte e spennella impazzito di qua e di là, come se in quel disegno ci stesse camminando dentro, come se si stesse facendo strada tra gli alberi della sua anima. Dopo qualche minuto si ferma. «Ciao, benvenuti», dice e ci accomodiamo facendoci spazio fra colori e pennelli.
Romeo, lei ha iniziato a dipingere, per professione, relativamente tardi, a 42 anni. Voleva cambiare vita?
«Ho sempre voluto fare il pittore. Quando andavo nei bar disegnavo sui tavoli, rovinando le lastre e facendomi maledire dai proprietari. Ho sempre disegnato, ma non è facile vivere d'arte. Quindi sono andato a lavorare in cava, come alla fine fa la maggior parte degli uomini che vivono a Torano. Avevo 17 anni quando sono entrato per la prima volta in una miniera. A 42, appunto, ho deciso di licenziarmi e di dedicarmi unicamente alla pittura. Quindi sono venuto qui, in Vicolo dell'arancio, e non mi sono più mosso».
Ma c'è stato un evento in particolare che le ha fatto prendere questa decisione.
«No, nessun evento. Maturava da tempo. Diciamo che appena ho finito di pagare il mutuo della casa, non avevo bisogno di nient’altro, di beni materiali, e ho mollato il lavoro».
E con questo “nuovo” lavoro riesce a viverci?
«Sì, proprio perché non ho bisogno di niente. Mi accontento».
Ha l'auto?
«Ah! (e scoppia in una risata, ndr). Se si può chiamare auto, sì. E’ una vecchia Punto piena di botte, graffi e problemi; qualche giorno mi lascerà a piedi. L'unica cosa di cui mi sento dipendente è il telefono. Vorrei non usarlo, ma non riesco ad abbandonarlo. Invece non ho il computer. La mia nipotina, più volte, si è proposta di insegnarmi ad accenderlo almeno, ma non mi interessa. Un amico mi ha fatto anche il sito, ma non so nemmeno come sia fatto».
Diciamo che è “felicemente decrescente”, come direbbe Serge Latouche...
«Non saprei. Riconosco l'importanza ad esempio di internet, anche o soprattutto per il mio lavoro. Però ho quasi la sensazione di contaminarmi con la tecnologia. Mi infastidisce».
(Nel frattempo davanti alla porta dello studio passano giovani, famiglie, anziani, che salutano l'artista senza fermarsi ndr)
La conoscono tutti qui. Ma la porta è sempre aperta?
«Non potrei mai rinchiudermi dentro. Ho bisogno del contatto con le persone; a volte dipingo anche in strada. In questo modo ho conosciuto grandi artisti passati da Carrara, come il canadese Henry Ciccone, Vito Lucera e Gino Fiorini un grandissimo pittore labronico morto nel 2005. Poi Mario Bertolini è un altro grande pittore e grande amico che ho conosciuto così, tenendo la porta aperta del mio studio, e adesso continua a venire spesso qui per dipingere. Lavorare fianco a fianco ad altri artisti aiuta a crescere, anche come persone.».
Ha un ricordo particolarmente bello dei momenti nel tuo studio?
«Tanti, ma forse uno in particolare: quando abbiamo fatto la mostra per Gino Fiorini. Era un esponente dell'anarchismo livornese e la strada si riempì di compagni, compagne e bandiere. Fu una giornata emozionante».
Un carrarese a cui è particolarmente legato?
«Luciano Nicoli (pittore carrarese morto nel marzo del 2014, ndr). Era una persona positiva. Mi ricordo che una volta stava spiegando a dei turisti un mio quadro e ci stava mettendo talmente tanta passione nel farlo, ed emozione, che sembrava stesse parlando del suo. Poi faceva diventare via Tinelli un giardino: metteva tutte le piante fuori e le annaffiava, come se fosse a casa»
E invece delle cave, che ricordi ha?
«Non ne parlo volentieri. Il lavoro in cava, inutile dirlo, è duro. Si è sempre in mezzo al freddo o al caldo, al fango o alla polvere, per uno stipendio che a volte non vale la pena per la vita che un cavatore è costretto a fare. Certo, ci sono quelli che guadagnano diverse migliaia di euro al mese, ma perché trascorrono 380 ore in cava. Io ci ho visto morire un collega, schiacciato tra un blocco di marmo e una gru. Non è per niente bell».
Si lavora con la paura quindi?
«No, la paura non c'è. Ci si abitua. Inoltre un cavatore si sente importante, perché è l'uomo che affronta la montagna, che la sfida. Come lo scalatore la scala, il cavatore la taglia».
Lei ha fondato prima un'associazione “Arte e natura”, poi una seconda di cui è vicepresidente: “Gli artisti del borgo”. Qual è la funzione di un'associazione artistica?
«Quello di portare vita in una città spenta. Io, personalmente, mi sono sempre trovato bene con l'amministrazione comunale: ho sempre avuto un minimo di spazio e riconoscimento. Però bisogna ammettere che questa città potrebbe essere un enorme laboratorio a cielo aperto. Ad esempio: tutti questi fondi vuoti, perché il Comune non trova la formula per darli ai giovani con idee. Anziché lasciarli vuoti! Comunque, per tornare all'associazione, noi, ad esempio, a settembre torniamo con il simposio di scultura a mano che quest'anno giunge alla terza edizione. Trasformeremo il volto di piazza Duomo riportandola indietro nel tempo, quando si usava ancora lo scalpello. Inoltre usiamo scarto del marmo e non blocchi nuovi. Questa iniziativa è cresciuta molto e porterà anche quest'anno tanta gente. ».
L'associazione è anche autrice di numerose opere provocatorie, anche se ad alcuni non piace questo termine. Quale preferisce?
«Quella del presepe in marmo e il bambin Gesù nato a Massa. Lo abbiamo fatto per protestare contro il trasferimento del materno infantile in quel comune».
Altre iniziative in vista?
«Per il momento sto organizzando una mostra con mio fratello, Guido, che è fotografo.
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