Il Tirreno

IL COMMENTO

MA SERVE UN CAMBIO DI PASSO

di MASSIMO BRAGLIA
Uno scorcio delle cave
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Uno scorcio delle cave

Ora la città può affrontare una volta per tutte la grande partita di una equa tassazione del marmo

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Ora la città può affrontare una volta per tutte la grande partita di una equa tassazione del marmo senza pressioni della magistratura. Un eventuale processo avrebbe tenuto ferma a lungo ogni decisione. Già ci si è messo il governo Renzi a dilatare la questione dei beni estimati, con la più che discutibile impugnazione della legge regionale, proprio nel comma che riporta alla proprietà pubblica quel trenta per cento di cave di Carrara considerate private per un editto del 1751... Con questo, non entriamo nel merito se l’inchiesta di Giubilaro sui presunti accordi tariffari avesse o meno fondamento: diciamo però che proprio la stessa legge regionale, nel frattempo, aveva ufficializzato il valore medio dei marmi come base impositiva. E proprio l’introduzione del valore medio, anziché quello di mercato, era una delle contestazioni della procura.

Ma francamente, quello delle tariffe e dei canoni - contrariamente al “nero alle cave” - ci è sempre parso un problema più politico che da codice penale. D’altra parte, o dimostri che qualcuno ha avuto delle effettive “contropartite” in cambio di parametri al ribasso, oppure il reato non sussiste. Sussiste, politicamente, il dato oggettivo di una politica fiscale che porta nelle casse del Comune una percentuale molto piccola del giro d’affari complessivo del lapideo. Rimane il dato politico di una sorta di condizionamento, splendidamente riassunto dall’ex vicesindaco Andrea Vannucci, in consiglio comunale, il 18 gennaio 2013: «Il marmo a Carrara storicamente ha sempre pagato tutto uguale, non si è mai pesato all'uscita dei monti, la pressione forte delle lobby è stata determinante e addirittura prevaricante in tutta la storia di questa città». Ecco, questo è accaduto: una sentenza della Corte Costituzionale rimasta lettera quasi morta e così nel 2002 è stato cancellato dal regolamento degli agri marmiferi il valore di mercato, introducendo il concetto di tariffe concordate. È accaduto che i valori medi abbiano fissato come prezzo massimo dello statuario 3.250 euro a tonnellata, quando le quotazioni sono ampiamente superiori (basta leggere le intercettazioni del nero alle cave). E sui beni estimati... insomma, un po’ di coraggio in più avrebbe accelerato i tempi e le modalità di un ricorso alla Consulta; avremmo guadagnato anni.

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La sentenza deve essere questo, allora: uno sprone ad affrontare con coraggio la partita di una tassazione equa e dalla parte della città, con un regolamento degli agri marmiferi che rispetti le nostre montagne e dia risposte concrete alla voglia di giustizia, sociale e non da tribunale, che hanno i nostri concittadini. Stufi che le enormi ricchezze generate dalle Apuane vengano ridistribuite solo in minima parte.

twitter: @massimobraglia2

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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