Gli studenti: la buona scuola c’è, ma basta con le aule scatolone
La Consulta stende un questionario e lo sottopone a centinaia di alunni degli istituti superiori Orientamento, rapporti con il mondo del lavoro ed edifici ko sono i punti deboli individuati
MASSA. Partono da un presupposto: che la scuola, quella delle persone, dei ragazzi e degli insegnanti, dei dirigenti e dei bidelli, sia una buona scuola. Una scuola che merita. Investimenti, prima di tutto.
Nell’iniziativa della Consulta studentesca di “indagare”l’universo scolastico, il tono polemico e lo spirito distruttivo non ci sono. Nè c’è vittimismo. C’è piuttosto la volontà di lavorare - e collaborare - per una formazione consapevole, per una scuola che dialoghi con il mondo del lavoro. Per garantire ad un contenuto di qualità un contenitore alla pari. Tradotto: per dare a chi fa scuola, ambienti idonei, edifici sicuri, laboratori funzionanti. Così se qualcosa non va, loro, i giovani studenti della Consulta (organo provinciale rappresentativo degli istituti superiori), sono disposti a rimboccarsi le maniche. Vogliono partire, però, dall’oggettivo: lasciano, quindi, parlare i dati. Preparano un questionario, scelgono un campione e analizzano punti di forza e di debolezza del sistema scuola, sotto le Apuane. Quattordici domande a scelta multipla a cui rispondono gli iscritti alle classi prime e quarte di 12 scuole superiori di tutta la Provincia.
Renato Porta - fra pochi giorni l’esame lo condurrà da un’aula dell’alberghiero ad una cucina - è un ragazzo dalla dialettica convincente. È lui, componente della Consulta, a tirare le somme e ad illustrare, davanti a Donatella Buonriposi, provveditore agli studi, gli esiti del questionario: «Abbiamo scelto le classe prime e quarte dopo un’attenta valutazione - è la premessa tecnica - i nuovi arrivati hanno ben presente il confronto tra le aspettative all’ingresso nell’istituto e la realtà incontrata. Gli studenti delle quarte, invece, da anni frequentano la scuola e la conoscono profondamente». Puntualizzazioni statistiche, poi Renato Porta illustra gli esiti del questionario: salta subito agli occhi quel 49% di ragazzi contenti della scuola scelta. Dato rilevante perchè se 49 su 100 sono soddisfatti, i restanti 51 qualche dubbio (in alcuni casi ben più di un dubbio) ce l’hanno. E questo nonostante il 70% del campione ammetta di aver scelto liberamente. È l’orientamento, infatti, ad essere individuato come l’anello debole. E non a caso, solo il 32% degli intervistati ritiene il percorso di orientamento fatto alle medie sufficiente per un scelta consapevole.
Spesso quel percorso - spiegano gli studenti - ha un puro scopo pubblicitario: «Quando ho scelto la scuola, mi è stato detto - l’esempio di Francesco Romei è calzante- che ogni anno sarebbe stata organizzata la settimana della scienza. Poi la settimana è diventata un giorno, il giorno una mattinata». Anello debole l’orientamento, quindi, e più in generale il percorso che, attraverso i vari gradi di scuola, in un processo di continuità, conduce fino al mondo del lavoro. Se il 33 % dei ragazzi riconosce che la scuola incentiva gli studenti ad esperienze lavorative, per il 41% non lo fa per nulla. Il 26% si attesta su un “lo fa abbastanza”: senza infamia e senza lode. Qualche perplessità gli studenti ce l’hanno anche sul fronte della attività extra curriculari, nonostante parecchi istituti si distinguano per iniziative e proposte. Ma l’elemento su cui gli alunni focalizzano l’attenzione è lo stato di salute degli edifici scolastici che davvero non se la passano bene. Renato Porta, forte dell’entusiasmo giovanile, non si tira indietro quando si tratta di definire le aule “scatoloni”. «Perchè - spiega - l’effetto è quello del cartone: piove all’interno, si sbriciola l’intonaco e io mi ritrovo in testa la polvere ogni mattina». I laboratori sono pochi (il 39% degli intervistati dice che non si usano perché non esistono) e quando ci sono, sono sotto utilizzati: il 41% degli intervistati ritiene che gli strumenti forniti dalla scuola non siano usati a sufficienza. Come a dire: non abbiamo molto, ma capita che quello che c’è non sia usato. Ad ascoltarli, gli studenti, c’è il provveditore: interviene , interagisce. Fotografa la realtà. Perché la voce di chi la scuola la vive e la fa ogni mattina non è trascurabile. È vera unità di misura, di potenzialità e limiti.
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