Abbiamo scoperto i soldi e smesso di cantare l’Opera
“La scultrice dell’anima” ci racconta Carrara e la sua gente. Di ieri e di oggi
di GIOVANNA MEZZANA
Prima di tutto è una Signora: di quelle che non indossano gioielli e fanno crescere le ortiche in giardino; che non organizzano cene, pur avendo una casa da fare invidia e odiano gli inviti mondani. Se c’è un cliché, Patty Matilde Nicoli è fuori dal cliché. Battagliera da sempre: non per posa, ma per indole. Né borghese, né radical chic e neppure femminista: un bel problema per una donna volitiva che ha vissuto la giovinezza negli anni ’60 e ’70. Oggi l’arte di Patty Nicoli è protagonista nella Milano che è al centro della scena mondiale. Della scultrice carrarese Vittorio Sgarbi ha voluto all’Expo la scultura “Le Primavere corrono” e l’ha fatta posizionare sul decumano massimo di fronte all’elegante facciata dei padiglioni di Eataly di Oscar Farinetti. Fino al 31 ottobre, poi, sette sue sculture sono esposte al Magna Pars Suites, primo cinque stelle del Design District di Milano, di proprietà della famiglia Martone, grandi profumieri d’Italia. Eppure a Carrara, la “individuano” in pochi. La incontriamo nel suo loft accanto agli Studi di Scultura Nicoli: quelli di famiglia.
Lei è una scultrice affermata, ma ha insegnato per molti anni discipline artistiche...
«Ho insegnato per venticinque anni. Ad Arpiola (Mulazzo, ndr), a Bagnone, a Villafranca. La Lunigiana è bellissima. Mi giravo tutti i castelli vuoti: quello di Rocca Sigillina…».
Rocca Sigillina... dov’è?
«Dove finisce il mondo (è un paese nel comune di Filattiera, ndr). I buoi non avevano le ruote ma pezzi di travi su cui erano poggiate le fascine; per strada sentivi canti di donne e poi le intravedevi in stanzoni, tutte insieme, a ricamare: e io mi fermavo ad ascoltarle. Poi ho insegnato anche fuori Milano, a Cornaredo; poi a Massa».
Arpiola e Cornaredo, però!
«Eh sì: e dicevano che ero raccomandata».
Cosa ha significato per lei l’insegnamento?
«Mi ha reso indipendente: a 19 anni già mi mantenevo da sola. L’insegnamento però mi ha anche tenuto lontano dalla scultura: mi ci hanno tenuto lontana, mi hanno fatto studiare (al liceo artistico e poi all’Accademia, ndr), e io ho fatto scultura, di nascosto, per anni. Il rapporto con gli allievi è stato molto bello, però ho anche sofferto tanto, anche il freddo, in Lunigiana, che amo molto… ma di tramonti si può anche morire. E quelli erano anni (gli anni Sessanta, ndr) in cui a Milano succedeva di tutto! Quando ci andai, mi resi conto che si diceva tutto ciò che per anni avevo sostenuto io nella scuola: le mie battaglie contro le bocciature, l’idea che un insegnante non prende una classe, ma prende degli individui. Capii anche, però, che il Femminismo era destinato a crepare perché era un’imitazione del modello maschile. C’erano infatti le leader, e poi gli angeli del ciclostile, le ochette. E guai se . non ti mettevi i gonnelloni e gli zoccoloni! E io, bassetta e cicciottella, come potevo? Sembravo un cespuglio! Trovai Milano persino un po’ provinciale: ero abituata al laboratorio... (gli Studi Nicoli con i grandi artisti, ndr)».
Ad un certo punto la Patty-scultrice è venuta fuori…
«Sono partita dall’Astrattismo. “I Fratelli Rosselli” fatti da Carlo Sergio Signori mi avevano detto che nell’Astrattismo c’era qualcosa; li avevo visti qui in laboratorio quando avevo nove anni, a me piaceva molto stare in laboratorio. Quando poi l’Astrattismo è diventato un obbligo, l’ho lasciato: del resto ho il contro in testa, come il marmo. Sono passata al Figurativo, ai miei paesaggi di marmo».
…che si trovano in collezioni private in tutto il mondo...
«A Milano in via Goito c’è “Il Guardino segreto” e in zona San Marco “Il Bosco sognato”; “Ultramarina” è stata per anni esposta alla libreria Einaudi di Milano (in via Borgospesso, a due passi dal Quadrilatero della Moda, ndr), adesso l’ho venduta a un cavatore . “Riflesso nel lago nero” è a Parigi. A New York ci sono “Incanto” e “Fiaba del vento”. “Sguardo interno” è a Città del Messico. “Amanti” a Phoenix, in Arizona; “Donna che guarda le stelle” in Cile».
Un cultore della sua arte è Philippe Daverio…
«Per Daverio ho fatto il “Piede alato nero”, in Nero del Belgio: l’ha incastrato in un caminetto napoleonico».
Parliamo di eventi culturali e artistici: questa estate cosa vorrebbe vedere in città?
«Le mie sculture! Guarda questa (indica un volto di donna in marmo Rosa del Portogallo, ndr). È senza tempo e senza geografia. È Pollaiolo (pittore del 1400, ndr) ed è medioevale».
Bellissima. Ha un titolo?
«Sì: “La Scultura”! Oppure questa (ne indica un’altra, ndr): “L’Approdo all’Isola Felice”, che è la congiunzione tra un Maschile fresco e un Femminile forte, ed è ciò che dovrebbe accadere dentro di noi: la fusione dei contrasti. O questi, “I Guardiani del Silenzio” (in Bardiglio nuvolato, ndr)».
Le piacerebbe vedere in città le sue sculture perché non sono mai state esposte?
«Una mia scultura è rimasta esposta in piazza davanti al laboratorio per anni. Nessuno se l’è filata. Le altre? Mai viste».
Lei ha stregato Milano, ha esposto in tutto il mondo e… a Carrara…nulla?
«Alcuni non sanno neppure che sono scultrice, eppure quando le persone vengono qui, apprezzano. Il carrarino ama l’arte, la musica, l’opera, ma la gente è stata tenuta lontano dall’arte per colpa dei critici che per sessant’anni hanno sostenuto che solo loro potevano occuparsene. E invece l’arte è come la musica: devi sentirla e risentirla prima che ti piaccia e l’arte devi vederla e rivederla; se è musica, se è arte, ti entra dentro. Ci sono stati sessant’anni di Cultura della Sofferenza, della Frustrazione, un intero filone di gente che si macerava a fare arte sputando sangue; ridere era da cretini, la leggerezza non si sapeva cosa fosse».
Tornando al suo lavoro e a Carrara: ma lei ha mai proposto qualche sua idea?
«Anni fa proposi all’Amministrazione comunale di fare un’esposizione delle opere di tutti gli artisti che lavoravano a Carrara da almeno cinque anni: nell’anno di stasi tra una Biennale e l’altra».
E poi come andò?
«Mi hanno risposto: “se ne occupa l’Accademia”. Mi hanno fatto capire che era meglio lasciar perdere. E io ho sofferto di non poter far qualcosa per Carrara, soprattutto perché l’idea era piaciuta molto a Gillo Dorfles (grande critico d’arte, ndr) che si era offerto di curarla lui».
Qual è insomma il suo rapporto con Carrara?
«Carrara mette radici profonde in chi nasce qui. Le mie sculture nascono… perché fin da bambina dalla finestra guardavo i profili delle montagne da est a ovest; studiavo le luci e le ombre; e poi in laboratorio vedevo il marmo: leggero come l’aria, pesante come un macigno, bloccato, in movimento. Carrara… che dire? Mi hanno dato dei premi… il Circolo culturale Endas, il Comune per l’ “Otto marzo – Carrara celebra le sue donne”. Una delle prime a Carrara a comprare le mie opere fu Tilde Corsi».
E anche Tilde Corsi lavora fuori Carrara…
«Per forza. Le donne a Carrara non contano niente. Appena possono, scappano; se vogliono combinare qualcosa devono andarsene».
Lei pensa che Carrara sia una città maschilista?
«Diciamo che è sempre stata una città con un “impianto” maschile. Ecco perché le donne, di conseguenza e per imitazione, sono competitive».
E il mondo del marmo ?
«Gli industriali una volta erano persone generose, adesso hanno scarso rispetto per la loro manodopera, salvo rara eccezione; e gli operai una volta avevano quello spirito eroico per un lavoro amato, avevano la bonomia della vita, adesso sono divorati dalla sete di denaro, salvo poche eccezioni».
E la città?
«Carrara è in uno stato di immobilismo forzato. Vorrebbero fare, ma manca la Cultura».
Una soluzione, un’idea, che serva a tutti?
«Il carrarino dovrebbe essere un po’ più umile e tirare fuori l’intelligenza che ha sempre avuto. Io ricordo quando vivevo qui sopra e qui c’era una vineria: “dalla Clara”. Sentivo le voci forti, bellissime dei carrarini, i loro canti. Più bevevano, più cantavano: e conoscevano tutta l’Opera! Carrara era questo. Era musica, era arte. E adesso? Soldo, soldo, soldo e ambizioni per cose stupide. Pensano solo ai soldi perché culturalmente gli hanno insegnato che il gran valore di oggi sono i soldi».
Cosa ci salverà, Patty?
«Io mi sono salvata quando ho scoperto la Psicanalisi di Jung».
E cosa le ha insegnato?
«Che devi andare dietro a quello che ti piace. Solo così capisci cosa è autentico e cosa è un obbligo sociale e… culturale, ma per vivere la libertà bisogna avere una grande autodisciplina. Io sono sempre andata controcorrente, d’istinto!».
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