Massa Carrara, la mafia è qui e fa affari d'oro. La relazione del procuratore
Il procuratore Aldo Giubilaro: più che di criminalità organizzata si può parlare di una holding economica. Per scovarla dobbiamo seguire i soldi
MASSA. La mafia a Massa Carrara c’è. Ma non va in giro con lupara e kalashnikov. Maneggia soldi infiltrandosi negli appalti pubblici, gestendo Compro Oro, sale da gioco o mercati di prodotti contraffatti.
Massa Carrara non è la Sicilia: la mafia qui è silenziosa, insospettabile, porta colletti bianchi.
E questo è il motivo per cui è così difficile smascherarla e combatterla. Lo dice l’indagine conoscitiva sui fenomeni di criminalità organizzata in Toscana, realizzata dalla prima commissione regionale affari istituzionali e presentata ieri alle Stanze del Guglielmi dal presidente della commissione, Marco Manneschi (il popolo toscano). Ma lo dice anche il procuratore capo, Aldo Giubilaro che ieri ha ricordato quanto sia difficile, in questo territorio, scovare e portare a galla le condotte mafiose. Muri di omertà da parte della cittadinanza e sotterfugi criminali sempre più sofisticati rendono il lavoro della giustizia impervio: «Il problema è che molte condotte criminali - spiega il procuratore - non vengono segnalate. E, a volte, anche se segnalate non portano a un’inchiesta perché la giustizia non è un’associazione o una testata giornalistica: ha bisogno di prove per fare processi. Purtroppo le prove spesso mancano».
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L’indagine della commissione regionale si è basata prevalentemente su informazioni relative a processi celebrati o in corso. «È facile intuire - commenta Manneschi - che la realtà sia più complessa di quella scoperta dalla magistratura». Ma dalla relazione finale emerge quanto basta per allarmare e far riflettere: sono 35 le organizzazioni di stampo mafioso in Toscana, sparpagliate fra le varie province.
«Qui non manca nessuno all’appello», rende noto il procuratore. Ci sono: la mafia siciliana, la ’ndrangheta, la camorra e diverse organizzazioni criminali straniere, albanesi, rumene, bulgare. Presenze che però cercano di farsi notare il meno possibile. Il controllo del territorio infatti non avviene attraverso intimidazioni o azioni eclatanti, non più perlomeno, ma utilizzando attività imprenditoriali, come quelle del traffico di stupefacenti o la tratta di esseri umani ai fini della prostituzione. C’è poi lo strumento degli acquisti immobiliari, fenomeno che riguarda però più la costa versiliese la quale attira gruppi di investitori come i russi e i georgiani che si spartiscono il territorio a colpi di case e hotel.
Nella nostra provincia il settore più a rischio rimane quello degli appalti pubblici, tanto che un tratto caratteristico di questa zona (come del resto della regione) è quello della bassa aggiudicazione delle imprese locali. L’unico elemento che accomuna tutte le attività di stampo mafioso - fa sapere il procuratore - è il riciclaggio: i gruppi devono sistemare il loro guadagno, pulirlo, rinvestirlo. Per questo «non bisognerebbe parlare di criminalità organizzata ma di holding economica», chiosa Giubilario, che poi aggiunge «per smantellare queste holding bisogna seguire i soldi, andare dritti all’investimento. Il monitoraggio continuo e costante dei flussi finanziari è la chiave». Se le mafie nel territorio non si macchiano più le mani di sangue, ciò non significa che la loro attività criminale non sia deleteria. «È un intero sistema economico che crolla - commenta Manneschi - e che non fa altro che avvitare su se stessa la crisi».
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