Il Tirreno

l'intervista

Scandalo cremazioni, la vittoria del pm Manotti

Danilo D'Anna
Il sostituto procuratore Federico Manotti
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Il sostituto procuratore Federico Manotti

Il pm: «Soddisfatto per la sentenza e orgoglioso del nostro lavoro»

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MASSA. «Se riconoscessero la partecipazione di Renzo Fialdini all’associazione a delinquere e condannassero il colonnello Augusto Calzetta sarei soddisfatto». Parole del sostituto procuratore Federico Manotti un paio di ore prima che il presidente del collegio della prima sezione penale della corte di Appello di Genova, Annaleila Della Prieta, leggesse la sentenza. Se su Fialdini il pm ha vinto, su Calzetta invece ha perso. Una sconfitta che non gli cancella il sorriso dalla bocca, però: la sentenza di primo grado è stata rilformulata in secondo grado così come aveva chiesto lui. O quasi.
 
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Partiamo da Calzetta: in primo e in secondo grado l’ex ufficiale dell’Arma è stato assolto. Resta la cassazione...
«Non penso, prendo atto che la condotta dell’ufficiale, che secondo me si poteva configurare in un concorso esterno all’associazione a delinquere che faceva capo ad Alibani, in realtà era assolutamente normale e non andava contro la legge. Leggeremo le motivazioni del collegio quando verranno depositate (tra 90 giorni, ndr), poi valuterò. Così a naso però potrei dire che la questione finisce qui. Ha avuto ragione la difesa».
 
Su Fialdini ha avuto ragione lei: in primo grado non l’aveva presa bene quell’assoluzione dall’associazione a delinquere, vero?
«La corte di Appello di Genova ha dato la lettura che auspicavo. C’è soddisfazione, certo. Moderata, perché non si può gioire per una condanna di un imputato. Però secondo me era evidente che Fialdini avesse favorito l’amico Alibani abusando del suo ufficio, eppure il collegio del tribunale di Massa non aveva visto quello che vedevo io. Quel funzionario era inserito nell’associazione a delinquere, lo abbiamo dimostrato con i fatti; lo abbiamo provato e per questo devo dire grazie ai carabinieri e alla procura. Davvero un bel lavoro, nonostante le difficoltà. Certo verrà presentato ricorso in cassazione, ma fin qui devo dire che è andato tutto come volevamo». 
 
È stato il processo dei compagni di merende, una frase detta da Fialdini e che lei ha ripetuto spesso sia a Massa sia a Genova: perché?
«Perché secondo me rende perfettamente l’idea di quello che erano Fialdini e Alibani, fotografa il rapporto malato che c’era tra il pubblico dipendente e l’imprenditore. Chi doveva controllare passava del tempo con chi doveva essere controllato: per me questo era un indizio di legame forte. Certo poi devo riconoscere a Fialdini di essere venuto in aula in tutte le udienze, un comportamento esemplare».
 
Le sue parole sono cariche di soddisfazione... 
«Soddisfazione e orgoglio, non solo per la sentenza ma per aver condotto le indagini e rappresentato l’accusa davanti ai due giudici di merito».
 
Non ha replicato alle arringhe delle difese, ci spiega per quale motivo?
«Avevo detto tutto nella requisitoria e le arringhe dei legali degli imputati non mi erano sembrate tali da mettere in discussione quanto avevo esposto. Loro hanno contestato quanto detto dall’operaio Enzo Raffaello Pucci, invece per me e per i giudici è stato un teste attendibile e fondamentale. Ci ha spiegato quello che accadeva nel forno crematorio. Eppoi non è vero che abbia avuto un forte sconto della pena, ha patteggiato 4 anni e 10 mesi quando il massimo è cinque anni. Ha commesso dei reati e si è assunto le sue responsabilità».
 
Nessun rammarico?
«Uno veramente ce l’ho, ma non so se posso dirlo». 
 
Lo faccia...
«Mi dispiace non poter essere io a rappresentare l’accusa anche in cassazione».
 

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