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Lavacchio, un altro rinvio «Credevo fosse tutto finito»
L’amarezza di Antonio Guadagnucci, che nella frana ha perso la moglie e il figlio Il giudice dà appuntamento al 12 maggio per la sentenza. «L’attesa è snervante»
MASSA. «Maddai non è possibile, siete sicuri che hanno rinviato il processo? E io che speravo che la mia attesa finisse oggi, non ne posso più. Voglio sapere chi ha ucciso mia moglie e mio figlio». Antonio Guadagnucci era il marito di Nara Ricci e il papà di Mattia, uno splendido bimbo di due anni, le due vittime della frana di Lavacchio. L’uomo da quel 31 ottobre 2010 non ha più voluto mettere piede in quella che era la casa di una famiglia felice e non ha neppure visitato la tomba dei suoi cari perché tanta è la sofferenza. Il processo, che doveva andare a sentenza, è stato rinviato dal giudice Giovanni Sgambati per un motivo serio: uno dei legali degli imputati è stato ricoverato in ospedale. Se ne riparlerà il 12 maggio.
Stava per venire in tribunale?
«No, non sarei venuto in aula. Mi è bastata la prima udienza, a me risentire quelle cose fa stare male. Però aspettavo che mi chiamasse il mio avvocato per sapere come era andata. Non ho sete di vendetta, mi basta soltanto che chi ha sbagliato paghi. Dico soltanto questo».
Un rinvio che fa male, basta ascoltare la delusione che traspare dalle sue parole.
«Sono deluso, certo che sono deluso. Da quasi cinque anni voglio che almeno qui a Massa la vicenda si chiuda. Avevo chiesto agli inquirenti di fare presto, ma di fare bene. I tempi non sono stati brevi per mille motivi, credo però che le cose siano state fatte come dovevano essere fatte. Nara e Mattia non me li restituirà più nessuno, ma la giustizia forse riuscirà a farmi sentire meno solo».
La sentenza potrebbe farvi superare un momento difficile, per questo state aspettando la fine del processo?
«A me e a mia figlia Michela non ci hanno aiutato molto. Adesso abitiamo a Marina di Massa dopo che la casa che ci avevano messo a disposizione le suore ci è stata tolta. Ma anche la politica ci ha messo un bel po’ prima di concederci l’edificabilità di quel terreno a Ricortola che deve diventare la nostra casa. Ogni volta che mi dicevano che mi avrebbero fatto sapere mi veniva come un tuffo al cuore. Ne ho dovuti mandare giù parecchi di bocconi amari, ho pianto da solo per non scoraggiare mia figlia».
A maggio finirà tutto...
«Me lo auguro».
Danilo D’Anna
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