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Così noi scultori siamo finiti nel cantuccio
Snobbati, dimenticati e ... inflazionati Ecco come si sentono ma anche chi accusano
di MELANIA CARNEVALI
L'arte come emancipazione dei sentimenti. Come strumento per rompere le catene delle emozioni e dar ad esse una forma. È la scultura secondo Marta Cadonici, artista apuana doc (nata a Parma ma ha sempre vissuto a Carrara). O meglio, è quello che dà a intendere con le sue sculture e il suo modo di crearle. Tutto parte da uno stato d'animo, un ricordo, un affetto. Concetti che lei vuole trasformare da astratti e immateriali a materiali e tangibili. «Spesso gli istanti ci sfiorano e sfuggono. A volte, pur sfiorandoci appena lasciano segni profondi sulla nostra pelle. È di questi segni che voglio parlare», dice. E allora vai di martello pneumatico e scalpello sopra il blocco di marmo come un paracadutista si getta nel vuoto. E quello che esce da questo delirio emotivo sono forme armoniche, curve che sembrano ali. Il tutto giocando anche con le sfumature del marmo: lavora infatti prevalentemente il marmo paonazzo, pietra giallo beige con fitte venature che vanno dalle tonalità del verde a quelle del viola e del nero. La incontriamo nel suo laboratorio all'aperto vicino alla Statale Aurelia, immerso nei blocchi di marmo con alle spalle le Alpi Apuane. Un connubio che rispecchia anche la sua identità...
Marta, tu sei una scultrice ma anche un'escursionista, membro del Cai di Carrara e promotrice di giornate di trekking. Un ambientalista integralista direbbe che le due cose si contraddicono... «Sì, potrebbe, ma non è così. Anch'io da amante delle montagne soffro nel vedere la devastazione di alcune zone, ma questo succede perché mancano regole. Non nego poi che, per me, alcune cave siano affascinanti. Io amo il marmo. Lo trovo un materiale preziosissimo. Mi ricordo ad esempio un'intervista che rilasciò uno dei fratelli Pomodoro (Arnaldo e Giò Pomodoro, ndr) in televisione anni fa dove dichiarava “io non posso lavorare il marmo, perché il marmo è già un'opera d'arte in sé e io non so come comportarmi”. Condivido il suo pensiero. Il punto è proprio questo: il marmo è un materiale prezioso; oro bianco è un nome che non gli è stato dato a caso. Ma solo gli scultori lo trattano come tale, utilizzandolo per fini nobili, ridandolo alla collettività in forma di arte e, soprattutto, non sprecandone nemmeno un pezzetto. Vedi (e indica dei pezzi di marmo accatastati da una parte, ndr), quelli sono tutti scarti che verranno riutilizzati per sculture più piccole, non si butteranno via. Mentre tutto il resto del territorio (si riferisce ad Amministrazione e mondo del lapido carrarese, ndr) si comporta come se questa pietra non valesse niente, come se fosse polvere, come se non fosse importante. Ed è strano avere una risorsa e non valorizzarla».
Forse oggigiorno è più strano vedere un territorio che valorizza le proprie risorse...
«Questo perché siamo figli della generazione dello spreco, del non-rispetto delle cose. Dagli anni '80 in poi c'è stata un'impennata dell'usa-e-getta che si è diffuso in tutti gli ambiti del sociale, anche o soprattutto nella gestione del territorio. Usiamo, sfruttiamo e gettiamo via. Però è anche vero che ci sono Comuni, sia in Italia sia all'estero, che hanno decisamente valorizzato le proprie risorse. Non bisogna andare molto lontano per trovare un esempio, come Pietrasanta. Ci ha creduto, ha investito ed è diventata quello che è diventata: una bella cittadina, un polo artistico importante, un luogo dove gli scultori vanno a esporre perché sanno che lì c'è la vetrina. Mentre a Carrara no. La nostra Amministrazione comunale pecca di una disattenzione all'arte e all'artista. Che poi è anche una devalorizzazione della cultura tipicamente italiana».
Parli dei tagli?
Quelli sono il sintomo di una tendenza generale. Diciamo che l'arte nel nostro Paese non viene considerata. È l'ultimo ingranaggio del sistema. E questo a Carrara è molto evidente, forse perché siamo anche inflazionati. A Forte dei Marmi o a Pietrasanta, invece, c'è molta più attenzione. Il museo Ugo Guidi di Vittoria Apuana ad esempio apre continuamente i suoi spazi agli artisti emergenti o comunque poco conosciuti e li rilancia nel mondo dell'arte. Carrara, viceversa, ha scultori di fama internazionale, o comunque degni di essere conosciuti, e non li considera».
Tipo?
«Ce ne sono tantissimi. A partire dai professori dell'Accademia fino ad arrivare a Oriano Galloni, che è un artista famoso a New York, Miami e Los Angeles. Ma qui in molti nemmeno sanno chi sia. Darsi una risposta del perché ci sia questa disattenzione non è facile. Probabilmente questo, come dicevo, è un territorio inflazionato di artisti. Siamo in troppi».
Sarà anche inflazionato di artisti, però intanto le Biennali sono state cancellate, le sculture realizzate nei vecchi simposi sono accatastate in ripostigli sotto centimetri di polvere. Tu hai partecipato a diversi Simposi all'estero; che ne fanno delle sculture dopo?
«Le espongono. Quest'anno ho partecipato a un simposio di venti giorni in Germania, vicino a Bamberga. Le sculture, insieme a quelle di altri simposi, verranno messe tutte in un percorso pedonale a mo' di museo a cielo aperto. E poi verranno curate, pulite come oggetti preziosi. Non finiranno annerite o imbrattate, anche se in questo caso la colpa è anche della maleducazione dei cittadini e non dell'Amministrazione».
Ci sta che i cittadini vedendo una città tenuta male si sentano, anche deresponsabilizzati dal prendersene cura. Non noti una certa decadenza estetica nella città?
A sì, anche se devo dire che una certa decadenza architettonica ha il suo fascino. Parlo dei vecchi palazzi, dei vecchi ponti. La rabbia monta quando vediamo soldi spesi per opere inutilizzate. Mi riferisco ad esempio al ponte del parco della Padula, dove sono stati spesi circa 500 mila euro, è stato utilizzato una volta sola e poi lasciato a marcire. Questo dà l'idea dello spreco e di come spesso qui si facciano cose male, tanto per farle».
Torniamo ai cittadini, soprattutto ai giovani. Tu hai avuto un percorso di studi a suo modo particolare, perché ti sei iscritta all'Accademia di Belle Arti a 33 anni. Hai quindi frequentato insieme a ragazzi molti più giovani di te. Come ti sei trovata?
«Benissimo. I ragazzi oggigiorno non sono capiti. Siamo abituati a immaginarli con l'Ipad e immersi nei social network, menefreghisti e senza sogni. E invece hanno sogni e soprattutto una voglia di socialità immensa. Ne ho avuto la dimostrazione durante l'alluvione, perché casa di mia madre è nella zona rossa. Ho visto giovani andare via trascinando i piedi da quanto erano stanchi perché avevano spalato fango tutto il giorno, senza doppi fini e senza chiedere qualcosa in cambio. Solo per il gusto del dare, che è poi il senso del dono. Ma questa voglia di socialità la vedo anche in tutta la città. Quando organizzo trekking, partecipano sempre tantissime persone, tutti attratti dallo stare in natura, sì, ma anche dalla voglia di fare qualcosa con l'altro. E a Carrara qualcosa si sta muovendo in questo senso. Le persone vogliono riprendersi i propri spazi di aggregazione e socialità».
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