Il Tirreno

Strani destini, famosi ovunque fuorché a Carrara

di MELANIA CARNEVALI
Strani destini, famosi ovunque fuorché a Carrara

Lo scultore della Stonehenge apuana rivela: qui c’è un Michelangelo che nessuno conosce

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Il viaggio è il tema principale delle sue opere. Viaggio inteso come percorso, ma anche come incontro fra culture, persone, informazioni. Ed è, forse, il suo stesso viaggio, fisico e culturale, dalla Siria all'Italia, che ha influenzato il suo modo di concepire l'arte come strumento per abbattere le barriere. Usama Alnassar è nato a Damasco nel 1975 ed è arrivato a Carrara nel '99, dove ha creato uno degli atelier più suggestivi del territorio: un anfiteatro in marmo in mezzo alle Apuane, in località La Piastra, dove le sue opere sono in armonia con il paesaggio. Sono volti incastrati in palle di marmo o corpi che si intrecciano sullo sfondo del Parco delle Alpi Apuane. È lì che ci ospita.

Usama, anche tu sei venuto a Carrara con l'intenzione di lavorare il marmo?

«No, sono venuto perché c'erano i miei zii (Boutros e Lutfi Romhein, entrambi scultori, il primo vive e lavora a Carrara, il secondo in Francia, ndr). Inizialmente lavoravo legno e altre pietre. Il marmo lo avevo provato in Siria, ma, non avendo né tecniche né strumenti adatti, il risultato fu pessimo. Solo dopo che mi fui iscritto all'Accademia di Belle Arti, incominciai a conoscere le tecniche e ad adoperare gli strumenti giusti, e mi resi conto dei miracoli che si possono fare con il marmo. Tutti gli scultori stranieri vengono a Carrara per questo: perché trovano gli strumenti e le tecniche migliori per lavorare le pietre».

Quindi Carrara è una scuola, ma poi gli artisti espongono fuori...

«Non sempre».

Tu attualmente hai una mostra da “Arte totale” a Pietrasanta e una a Bocca di Magra. Da quanto non esponi a Carrara?

«L'ultima esposizione risale a circa quattordici anni fa, poi ho puntato all'estero e agli altri Comuni».

Vorrà dire qualcosa...

«Sì. Il fatto è che io cerco di non esporre a Carrara perché sono già qui. A pochi chilometri dal centro storico ho il mio atelier e non ha senso spostare le statue. È un problema magari per chi non ha la possibilità di esporre, ma io ho già la mia mostra a cielo aperto e chi è interessato veramente alla scultura e all'arte viene a vederla».

E vengono?

«Sì, ma non i carraresi. Vengono gli stranieri; a volte mi chiamano anche prima per prenotare la visita».

Sei famoso all'estero...

«Non esageriamo. Mi conoscono un po' ovunque, dall'Australia alla Norvegia, passando per Stati Uniti, Svizzera, Scozia e naturalmente Siria. Ma perché faccio continuamente mostre e corsi di scultura all'estero».

E qui, cosa fai?

«Ho il mio corso di scultura frequentato prevalentemente da stranieri. Vengono, si fermano per periodi brevi e fanno corsi intensivi. Questo studio è un via-vai di piccoli scultori emergenti».

Ma non partecipi a eventi promossi dal territorio?

«Amo le cose culturali, non quelle celebrative, come una mostra collettiva grande, ma effimera. Non sono amante di eventi, fiere, giorni o settimane d'arte che hanno nomi vaghi e che includono tutto e tutti. Sono più legato a un progetto culturale, a una ricerca».

Parli di Marble Weeks?

«In parte sì. Credo sia troppo commerciale, una manifestazione che unisce il design all'artigianato allontana il concetto di arte».

Quindi non è arte quello che promuove?

«C'è qualcosa che può essere considerato arte, ma è l'evento che non ha il timbro artistico. È un calderone: è come mettere un artista vicino a un negozio di souvenir. È uno show».

Spiegati meglio...

«Un evento che tratta d'arte, tratta solo di arte, non cerca di vagare includendo di tutto. Queste fiere accumulano in pochi giorni esposizioni di generi diversi, senza approfondimenti sulle opere, le storie di esse e dei loro scultori. Servono per apparire e poi finire nell'oblio per il resto dell'anno».

C'è a Carrara una manifestazione che si possa considerare artistica?

«Ci sono cose piccole, che non vengono pubblicizzate abbastanza. Al Ponte di Ferro, ad esempio, fanno il Simposio internazionale di scultura, a cui ho partecipato un anno fa, e quello è un evento puramente artistico fatto da artisti. Una settimana piena di eventi: oltre alle esposizioni, dibattiti culturali e incontri. Quest'anno poi c'è stato “Studi Aperti”, un evento di due giorni non propriamente artistico, ma “para-artistico”. È stato interessante perché ha dato l'opportunità a tutti di dare un'occhiata e di conoscere gli artisti del territorio e di avvicinarsi all'arte. Quell'evento poi è finito proprio qui (Alnassar parla del suo studio, ndr) ed è stata un'occasione per far conoscere tra di loro artisti che vivono e lavorano qui a Carrara».

Carrara è piccola, non vi conoscete tutti fra di voi artisti?

«No. Ognuno di noi conosce solo una piccola fetta degli artisti che vivono a Carrara. A volte siamo seduti al bar a due tavoli vicini e nemmeno sappiamo che l'altro è scultore. È più facile conoscere quelli che vivono fuori. Anni fa non era così: gli artisti si conoscevano molto di più».

E questo perché ?

«Manca completamente un movimento artistico. E questo è proprio dovuto al fatto che non ci sono veri eventi artistici. È possibile che in passato le manifestazioni fossero più importanti e richiamassero più artisti. Adesso c'è una fuga generale, non ci sono poi punti di incontro. Ci sono scultori che vivono a Carrara da trent'anni e non hanno mai partecipato a un evento. Magari sono scultori tra i più famosi al mondo, ma qui nessuno sa della loro presenza».

Vuoi dire che ci sono dei piccoli Michelangelo, ma non lo sappiamo?

«È molto probabile. C'è disattenzione nei confronti dell'arte. L'arte, poi, si evolve continuamente. Chi cerca la propria espressione artistica non è detto che la trovi subito. È un viaggio, che può essere lungo e nel frattempo lo scambio artistico culturale aiuta molto».

C'è qualcuno a Carrara che ha influenzato il tuo percorso artistico?

«Chi con la propria arte, chi con la propria presenza spirituale.. sono tanti. Ci sono i miei zii, il proprietario del ristorante Ciccio, Mario, che è una persona che ama l'arte e ha aiutato tantissimi artisti nel territorio. Franco Barattini è un'altra persona che mi ha dato supporto per numerosi eventi che ho organizzato, come il Simposio in Siria, nel 2008».

Come trascorri le tue giornate?

«Trascorro la maggior parte del tempo nel mio atelier con le mie sculture e i miei quadri. Poi ci sono i miei studenti che mi tengono molto occupato: il giorno do lezioni di scultura e la sera li porto in giro per fargli vedere dove possono godersi la vita dopo il lavoro».

E dove ci si gode la vita a Carrara?

«Mah...A mangiare! Qui si mangia bene. Li porto da Vittò, che è un ristorante sull'Aurelia o da Ometto a Bedizzano».

E che locali frequenti?

«Fuori Porta, Leon d'Oro, Circolo Dei Baccanali. Sono locali con musica dal vivo e si passano serate piacevoli».

C'è qualche band locale che ti piace?

«Sì. Fra i migliori che conosco ci sono i Forasteri, che fanno canti popolari e musica allegra».

Credi che Carrara sia una città per giovani?

«No, per niente. Le mancano tutte le strutture per i giovani, per questo i carraresi vanno fuori o si rinchiudono in casa».

15 - CONTINUA ..-

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