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Alberto Ricciardi assolto dall’accusa di maxi evasione

di Giovanna Mezzana
Alberto Ricciardi assolto dall’accusa di maxi evasione

MASSA. Alberto Ricciardi si sente come se un tir l’avesse investito, ma allo stesso tempo è come se fosse nato una seconda volta. L’imprenditore massese che spinse la sua Fermet ai primi posti in...

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MASSA. Alberto Ricciardi si sente come se un tir l’avesse investito, ma allo stesso tempo è come se fosse nato una seconda volta. L’imprenditore massese che spinse la sua Fermet ai primi posti in Italia nel settore della commercializzazione di materiale ferroso – e quando si cade da una vetta ci si fa piuttosto male – è stato assolto dal Tribunale di Brescia dall’accusa di evasione fiscale. Di maxi evasione. Era stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver fatturato operazioni inesistenti: per 24 milioni di euro. L’intento criminoso sarebbe stato, secondo l’accusa, quello – inutile quasi farne menzione – di evadere il fisco. «Adesso io ho solo voglia di riprendermi la mia azienda – dice l’imprenditore di Fermet – e di riprendermi a lavorare i miei dipendenti». Non vuole altro Ricciardi se non rimboccarsi le maniche e rimettersi in pista.

Per il suo legale, Giovanni Toffali del foro di Brescia – avvocato poco più che trentenne al suo primo processo penale, come ci racconta l’imprenditore – Ricciardi è stato «vittima di un mostro». Un errore? Una svista? Un clima di giustizialismo fiscale strisciante? Chi può dirlo? Non noi. Rimaniamo ai fatti. E agli atti, come la sentenza di assoluzione.

Fino al 2011, Fermet è nella top delle aziende apuane. E c’è da parecchi anni. È una bella realtà imprenditoriale che sembra non aver nulla a che vedere con il sistema apuano delle imprese, deboluccio ormai e assai poco capitalizzato. Nel 2011 Fermet ha un volume di affari da 256 milioni di euro. Si può permettere persino di candidarsi a cavaliere bianco della naufragata Italcementi. Ricciardi, infatti, lavora all’acquisizione di essa: è una vita del resto che ha fame di spazi e di aree industriali libere (non di lotti-spezzatino).

Nel 2011 le sorti dell’azienda cambiano improvvisamente. Il 7 dicembre, pur avendo appena superato «con lode» – è lui stesso a raccontarcelo – una “visita fiscale”, il nucleo di polizia tributaria di Massa Carrara, gli contesta di avere indicato, nelle scritture contabili, fatture relative ad operazioni inesistenti per decine di milioni di euro (tra il 2004 ed il 2010). Le fiamme gialle trasmettono la notizia di reato alla Procura di Brescia per l’accertamento della responsabilità penale di Ricciardi e all’Agenzia delle Entrate per l’accertamento delle imposte che si sospettano evase. Il “concessionario” del fisco notifica a Ricciardi avvisi di accertamento per oltre 30 milioni di euro. La Procura bresciana lo rinvia a giudizio.

Ricciardi oggi ha vinto tre battaglie. Quella in sede amministrativa: ha ottenuto l’annullamento degli atti. Quella in sede penale: il suo avvocato è riuscito a dimostrare che «le operazioni – spiega Toffali – effettivamente erano state fatte, pagate per altro con bonifico bancario e che le pretese dell’Agenzia delle Entrate erano folli. E, ancora, che l’imprenditore massese non poteva sapere che i fornitori dei suoi fornitori avevano commesso irregolarità». La terza battaglia che Ricciardi ha vinto è quella personale.«Sono un uomo pulito, io» dice. Ed ora può dirlo a testa alta.

Sul terreno rimane un’azienda ora decotta che avrebbe fatto invidia all’ex industria di Stato, 74 famiglie sull’orlo del precipizio e la dignità – non si dice dell’uomo, ma almeno dell’imprenditore – pestata e rispestata ancora. Ora «È come se a Ricciardi gli avessero detto “ci scusi, ci siamo sbagliati” – rende l’idea così il suo legale – Eppure io scommetto che il mio cliente non vorrebbe altro che riavere la sua azienda».

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