Il Tirreno

Alberto Ricciardi: «Così il Fisco ha distrutto Fermet»

Alberto Ricciardi: «Così il Fisco ha distrutto Fermet»

Come la prima azienda italiana del settore rottami ferrosi (256 milioni di fatturato) è finita ko. «Una vicenda oscura»

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MASSA. Era, fino a due-tre anni fa, l’azienda più grande della provincia: 256 milioni di euro il volume di affari generato mel 2011. Era, per fatturato la prima azienda in Italia nel settore della rottamazione dei rifiuti metallici. Stava crescendo, nonostante la crisi globale; aveva un mercato florido e buone capacità di auto-finanziamento. Oggi è un’azienda decotta, “morta”, per ammissione del suo stesso fondatore e titolare. È la Fermet di Alberto Ricciardi, un colosso per le dimensioni dell’industria apuana. Un gigante ferito a morte.

Ma come è stato possibile che un’impresa di queste dimensioni, pioniera e leader del business del riciclaggio dei rifiuti di ferro per alimentare gli impianti siderurgici italiani finisse ko nel giro di poco?

Alberto Ricciardi, seduto nei suoi nuovi e semideserti uffici all’ex Italcementi, prova a spiegarlo. Racconta di una vicenda piena di “lati oscuri”, parla di amministrazioni – quella di Massa e dell’ex sindaco Roberto Pucci – apertamente ostili alla sua attività e di amministrazioni – quella di Carrara e del suo sindaco Angelo Zubbani (che gli ha concesso l’acquisizione dell’ex Italcementi) – invece, collaborative e corrette. Parla, soprattutto, delle verifiche di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate che hanno innescato il crollo dell’azienda.

Il Fisco avvia, tra il 2010 e il 2013, una serie di verifiche sui rapporti di Fermet con alcuni sub-fornitori. In sostanza, alcune ditte di Frosinone, Roma, Napoli che conferiscono alle acciaierie del Bresciano materiali ferrosi per conto di Fermet, compravano parte del materiale in nero. Le fatturazioni con le acciaierie ci sono e sono regolari, ma è l’acquisto delle materie prime che è stato fatto in modo irregolare. Un problema dei fornitori? No, anche di Fermet, sostiene il Fisco, che contesta all’azienda di Ricciardi la bellezza di 30 milioni di vendite in nero, con 18 milioni di evasione. Una mazzata. Da cui, tuttavia, probabilmente, Fermet avrebbe potuto riaversi. Se non fosse che proprio in quel periodo stava sostenendo il grosso sforzo economico di acquisizione della area Italcementi e della sua ristrutturazione – solo quest’ultima costata all’incirca 13 milioni di euro.

Successivamente, l’Agenzia delle Entrate fa marcia indietro. Accerta che non ci sono responsabilità di Fermet nelle operazioni in nero dei sub-fornitori. A quel punto, Ricciardi si aspetta che al Fisco non debba più niente. Invece, l’Agenzia delle Entrate annulla sì il procedimento per l’evasione fiscale ma nello stesso tempo avvia un accertamento induttivo su Fermet. Ha riscontrato, infatti, che la redditività di Fermet è sensibilmente inferiore a quella di aziende dello stesso settore. Dunque, ragiona, c’è il sospetto che abbia sottratto qualcosa all’erario. Per questo, blocca il rimborso del credito Iva versato dall’azienda per 4,5 milioni di euro. «Per forza guadagnavo meno dei miei competitor. Perchè avevo l’attività frammentata in più siti produttivi, perché dovevo pagare per la bonifica del Casellotto, perchè aveva investito nel comparto Gesco all’ex Olivetti... Subivo diseconomie che riducevano la redditività, pur avendo i conti a posto e un mercato in crescita», si sfoga Ricciardi.

Non solo, anche se le contestazioni dell’agenzia delle Entrate relative alle fatturazioni in nero dei sub-fornitori sono annullate, c’è un procedimento penale, innescato dagli accertamenti della Guardia di Finanza su quella stessa vicenda, che va avanti, indipendentemente da quello delle Entrate. E che porta Ricciardi ad essere imputato davanti al tribunale di Brescia per evasione fiscale (il processo è fissato a luglio).

A questo punto Fermet comincia a collassare: chiede la ristrutturazione del debito, poi va in concordato liquidatorio. L’impianto nuovo di zecca dell’ex Italcementi è quasi fermo, i lavoratori vanno in cassa integrazione – sei di loro attuano anche un clamoroso sciopero della fame durato giorni –; i collaboratori più preziosi se ne vanno. «Eravamo come una famiglia, loro sapevano di avere un futuro qui in Fermet. Io ero sicuro di garantirglielo. Non sapete quanto è dura vederli andare via», si commuove Ricciardi. Un impero scomparso. Con 60-70 posti di lavoro cancellati; un flusso di 50-60 milioni di euro l’anno che Fermet riversava sul territorio in meno; un know-how importante che rischia di andare perduto.

Ricciardi, però non si arrende: «Sogno di riprendere tutti i miei collaboratori. Un giorno ci riuscirò».

Claudio Figaia

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