Il Tirreno

Noi scultori trattati peggio degli esodati

di GIOVANNA MEZZANA
Noi scultori trattati peggio degli esodati

Dai galleristi rapaci agli industriali taccagni ecco chi zavorra gli artisti esordienti

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A Carrara c'è nato e a Carrara, per il momento, ha deciso di rimanere. Emiliano Barattini è uno di quegli scultori che pensa che, se nella capitale mondiale del marmo non fa soldi, la colpa è anche un po' sua. Strano atteggiamento, che contrasta con il livore tipico del carrarino-a cui la vita non viene come vuole. Una chiacchierata con lui, nel suo studio in zona San Martino, è il secondo appuntamento che Il Tirreno dedica agli artisti cittadini: ci interessa il loro sguardo critico sulla città. Emiliano Barattini dipinge (più che scolpire, perché ha un pizzico di indolenza tipica dell'artista) una Carrara decadente ma non decaduta.

Lei ha realizzato una colomba in marmo per papa Ratzinger. È stata un'opera che le ha dato soddisfazione?

«No».

Mi scusi, come "no"?

«No, perché chiunque può realizzare qualcosa per il Papa e donarglielo: non c'è nessun merito. Mi era stata richiesta dai titolari della Galleria Duomo, e io l'ho fatta. Era un lavoro artigianale, cioè la sopravvivenza. Devi farlo per forza. Equivale a quando realizzo sculture per un artista veneziano di 84 anni, che non ce la fa più a scolpire. Accetti perché devi anche mangiare».

Carrara le piace?

«A Carrara c'è sempre un'atmosfera casereccia. C'è il disordine di "casa tua", nel quale stai bene: l'importante è che sai che non devono venire ospiti. Se la vivi così, allora ne apprezzi anche il fascino decadente. Basta che tu non debba portare in giro i parenti argentini, gli amici cinesi o francesi: in questo caso, è imbarazzante. Ricordo l'episodio in cui mi sono vergognato di più. Era una domenica d'estate. Incontro per strada due coppie belghe sudate fradice, distrutte dal caldo: erano venute a piedi dallo Stadio, dalla sede dell’Apt, che avevano trovato chiusa. E di autobus non ne erano passati. Volevano andare alle cave. Li accompagno all'Apt, in piazza Farini, rassicurandoli. Arriviamo al gazebo: è chiuso. Appiccicato al vetro c'è un cellulare da chiamare per la visita alle cave: chiamo e non risponde nessuno. Alla fine li ho caricati in macchina e a Fantiscritti, ce li ho portati io».

Lei si è laureato all'Accademia di Belle Arti di Carrara. I docenti danno una mano agli ex allievi per “incanalarli”?

«C'è un clima diverso rispetto ad altre università. Io, anche ora, vado a trovare Balocchi, Marchetti (Piergiorgio Balocchi, Piero Marchetti, docenti di scultura, ndr). Alla fine dall'Accademia non esci mai. O meglio: tanti giovani finiscono gli studi e vanno via, a rimanere siamo in pochi, ma con chi rimane si crea un certo rapporto. I prof aiutano, ti passano qualcosa: Piero, ad esempio, mi cerca anche qualche lavoretto».

Prima di aprire il suo studio è stato nei laboratori d'arte locali. Carusi, Barattini, Telara. Come si è trovato?

«Dipende. Un conto è se il patron del laboratorio è uno scultore, come lo è Lucio Carusi. Lui per me è un Maestro. Lentissimo nel fare qualunque cosa, anche nel parlare, con quella sua flemma: lo ascolti e quasi ti addormenti. Poi a fine giornata, il lavoro è finito. Non so come faccia, forse piega il tempo … E cosa ben diversa è lavorare in un laboratorio di un imprenditore: lì sei in catena di montaggio, timbri il cartellino, ti contano i minuti, quando cominci e quando stacchi. Io potevo avere uno stipendio da scalpellino (Barattini mi pagava) e me ne sono andato: per inseguire un sogno».

I marmisti regalano ancora la materia prima?

«Se capiscono che sei uno di Carrara, un po' così … non famoso, il pezzettino di marmo te lo danno …».

Fanno cioè la carità?

«Un po' di beneficenza … sì … Sanno che, intanto, con quel pezzo di blocco non ci farai dei gran soldi».

E se invece ci guadagnaste?

«Te lo farebbero pagare! Battute a parte, io sono sempre stato aiutato, dai piccoli e dai grandi: Agnesini, Barattini, Franchi. Non voglio sputare nel piatto dove mangio!».

E con le gallerie che esperienze ha avuto?

«A Carrara ce ne sono pochissime: la Galleria Duomo, Nicola Ricci, un'altra ha chiuso.. Io ho lavorato con gallerie di Carrara, di Spezia, di Mantova. Ci sono quelle che chiedono soldi, che io cestino immediatamente. In generale il ragionamento è: tutto ciò che si produce è merce, anche l'arte è un prodotto di mercato; tu artista non devi creare sorpresa, perché se io gallerista ho individuato un certo gusto per una certa clientela, tu non me lo devi cambiare, altrimenti mi crei problemi e mi produci costi. Sarebbe meglio che le gallerie non esistessero, ma almeno delego a loro di stabilire i prezzi delle mie opere, perché la domanda più imbarazzante per me è "quanto vuoi per questa?"».

Come funziona il "listino"?

«Le dimensioni dell'opera vengono moltiplicate per un coefficiente che va in base a quanto sei noto, al curriculum .. però esordiscono: "Tieni conto che sei giovane, non puoi vendere a più di 3mila euro …" E allora aggiustano il coefficiente per far tornare i conti! Su 2-3mila euro della vendita, il 50% va al gallerista se è onesto, altrimenti si prende fino al 70%; poi, su quel che mi viene in tasca, ci devo togliere i costi della partita Iva. E pago anche l'Irap, come fossi un imprenditore. Se non avessi i lavori degli altri, ci andrei in rimessa. È una vita durissima. Le gallerie valutano solo se sei vendibile, ma attualmente sono l'unica strada per fare qualcosa. Del resto non esiste un ordine degli scultori, non hai doveri ma neppure diritti; siamo pochi e con scarso potere economico; siamo anche un po' individualisti, e quindi la colpa è in parte anche nostra».

Se fosse un amministratore o il sindaco cosa farebbe?

«Darei laboratori gratis agli artisti, che potrebbero dare il loro lavoro in cambio. Da parte nostra sarebbe un pagamento “in natura”, non abbiamo altra contropartita. I benzinai ti dicono "non ti do più la benzina"; noi cosa diciamo? "Non ti do più le sculture?"; loro ti rispondono: "e chi se ne frega". Per il Comune potremmo essere una risorsa, e invece stiamo peggio degli esodati. Il Comune potrebbe dire: io ti organizzo una mostra, ti faccio un piccolo catalogo e tu mi lasci la tua opera. In passato qualcosa del genere s'era fatto. Ricordo una delle mie prime mostre … alla biblioteca di Marina di Carrara! Intendiamoci: va bene tutto, ma perché non scegliere un luogo più grande, più bello, metterci uno scultore noto ad attrarre … Perché non tirarsela un po' di più? Perché non spacciare meglio i propri artisti anche se non sono famosi? Si può imitare Pietrasanta, che io giudico un po' "puzzona", senza per questo diventare Pietrasanta ..».

E le Biennali, i simposi? Da anni si dice che Carrara deve essere rilanciata e che il miglior rilancio passa dal marchio del marmo e dall'arte …

«Io ho fatto il Simposio del 2003: bellissimo, nel cuore della città. Dopodiché non ne ho fatti altri, forse anche per colpa mia, non so..; mi risulta che ce ne siano stati altri, che però erano tutt'altra cosa.. Non basta comunque un simposio o una Biennale a rilanciare l'arte e la città: ci vuole continuità, devi investire in un programma, serve il Comune ma anche l'aiuto dei privati, servono amministratori e assessori che sanno fare il loro mestiere, che conoscano il settore, e non gente che non ci capisce, mi scusi, una mazza …. Altrimenti "i piccoli" non brilleranno mai nemmeno di luce riflessa».

Tra cinque anni dove si vede?

«Mi piace l'idea di andarmene, ma il ritorno è indispensabile … ».

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