Diretta
«Dietro alle navi dei veleni la massoneria deviata»
Il magistrato Francesco Neri incaricò il magistrato De Grazia di indagare Lo snodo cruciale per questi traffici criminali è stato il porto di Marina di Carrara
CARRARA. «Dietro alle navi dei veleni, più che l’ombra della ‘ndrangheta, c’è quella della massoneria deviata e di alcuni apparati dello Stato. Otre che La Spezia, lo snodo cruciale per questi traffici criminali è stato il porto di Marina di Carrara, come dimostra la presenza di polvere di marmo su quasi tutte queste imbarcazioni, utilizzata per agevolare il loro affondamento e per schermare la radioattività». Queste le parole pronunciate dal magistrato Francesco Neri all’incontro “Una ragione di giustizia”, organizzato da Legambiente alla sala consiliare della Provincia di La Spezia.
Neri è un magistrato che ha seguito per anni inchieste scottanti, come quelle del traffico di rifiuti tossici, costato la vita al capitano di corvetta Natale De Grazia e alla giornalista del tg3 Ilaria Alpi, che indagavano coraggiosamente per arrivare alla verità. Il giudice, che all’epoca in cui era procuratore di Reggio Calabria incaricò De Grazia di investigare sulle navi dei veleni, nove delle quali partite anche da Carrara, tra il 1986 e il 1988, ha iniziato il suo intervento chiedendo ai presenti un minuto di silenzio per ricordare il militare, di cui era grande amico.
L’oratore ha spiegato chiaramente che le sue indagini furono ostacolate con ogni mezzo. «Lo Stato -ha sostenuto- si è schierato contro i suoi magistrati. Le stesse relazioni delle commissioni parlamentari di inchiesta affermano che si è voluta impedire la scoperta della verità. Non è vero che era impossibile trovare i relitti delle navi dei veleni. Sono state le istituzioni ad impedirlo. Se ci avessero fornito i soldi e mezzi necessari, lo avremmo fatto. Invece le indagini sono state oggetto di ogni tipo di sabotaggio, con alterazione e sparizione di documenti, anche quando essi erano custoditi all’interno delle procure, come è avvenuto per le carte relative alle morti di De Grazia e della Alpi».
«De Grazia -ha aggiunto Neri- aveva scoperto che Massa-Carrara era il filo rosso che legava le navi dei veleni, tutte cariche di tonnellate di polvere di marmo, eccetto la Jolly Rosso. La presenza di questo materiale nelle stive, a copertura dei carichi, apparentemente sembrava assurda, ma esso aveva la capacità di schermare le radiazioni nucleari».
Il cargo maltese Rigel, ad esempio, partito da Carrara nel 1987 con un carico di torio, viaggiava con questa protezione e fu affondato al largo delle coste calabresi, come altre navi della morte.
«Le acque calabresi -ha spiegato il giudice- erano la mèta ideale per gli affondamenti di scorie nucleari, perché la zona è ricca di vulcani, a cui si poteva attribuire la presenza di eventuali emissioni radioattive superiori alla norma. Ma per capire questo c’era bisogno di una mente sopraffina, che gli uomini della ‘ndrangheta sicuramente non avevano. Essi erano dei manovali, utilizzati da poteri superiori. Indagando abbiamo scoperto coinvolgimenti ad altissimi livelli, anche all’estero: imprenditori, politici, uomini delle istituzioni. La prova di un vero e proprio patto tra criminalità ed apparati di potere è confermata dal fatto che quando incominciarono i traffici di veleni via mare cessarono i sequestri di persona in Aspromonte».
Quando De Grazia morì avvelenato, il 13 dicembre 1995, si stava recando proprio a La Spezia, per interrogare un ex marinaio della Rigel e scoprire l’esatto luogo del suo inabissamento.
Ma c’è anche chi sostiene che questo cargo in realtà non sia affondato ed abbia portato il suo carico nucleare in Libano, dove sarebbe stato utilizzato per fabbricare bombe atomiche.
E proprio la tesi di un collegamento tra poteri occulti italiani e “stati canaglia”, finalizzato al traffico di sostanze nucleari da usare a scopi bellici, ha consentito a Neri di chiudere con una rivelazione scioccante sulla tragedia di Ustica del 27 giugno 1980. «Il DC-9 -ha affermato- fu abbattuto per impedire che arrivassero a Gheddafi 4 barre di uranio che esso trasportava. In seguito, però, questo materiale venne recuperato. Lo dimostrano chiaramente alcune foto scattate sui fondali marini, vicino al luogo del disastro, in cui si riconoscono le orme lasciate da un mezzo sottomarino inviato per compiere tale operazione».
David Chiappuella
