Anche all’Italiana Coke alti tassi di morti di tumore
CARRARA. «Senza la centrale a carbone di Vado Ligure tanti decessi non ci sarebbero stati: 400 morti dal 2000 al 2007». Questa dichiarazione choc, riportata su “Repubblica” e “Corriere della Sera”...
CARRARA. «Senza la centrale a carbone di Vado Ligure tanti decessi non ci sarebbero stati: 400 morti dal 2000 al 2007». Questa dichiarazione choc, riportata su “Repubblica” e “Corriere della Sera” nei giorni scorsi, è stata rilasciata dal procuratore capo di Savona Francantonio Granero, che si occupa direttamente delle due inchieste per disastro ambientale e omicidio colposo aperte con il sospetto che le polveri di combustione uscite dalle ciminiere della centrale a carbone della Tirreno Power di Vado Ligure, siano causa di malattie tra gli abitanti della zona. Il procuratore di Savona parla dopo un’analisi da lui disposta ed avente per oggetto il tasso di mortalità in diverse aree vicine alla centrale, costruita nel 1970 ed ancora in funzione. Ma anche il nostro territorio ha dovuto pagare un ingente tributo di vite umane ai fumi della distillazione del carbone, volta a produrre coke metallurgico e da fonderia nei forni della cokeria di Avenza, operante dal 1936 al 1990. Anche queste morti sono confermate da uno studio, pubblicato nel 1993 su “Medicina del lavoro” ed incentrato sulla mortalità dei dipendenti di sesso maschile dell’Italiana Coke dal 1960 al 1990.
L’analisi, condotta dall’Asl apuana, da quella fiorentina, dal Cnr di Pisa e pubblicata in inglese, registra tra 538 lavoratori dell’ex cokeria apuana (staff amministrativo e femmine escluse) un eccesso significativo di mortalità per tumore del polmone, con un tasso doppio rispetto alla media toscana (19 osservati contro 11.19 attesi) e nazionale (19 osservati contro 10.02 attesi). Queste neoplasie sono da ricondurre alle lavorazioni praticate nell’ex fabbrica avenzina e alla combustione del carbone, che produsse anidride carbonica, ossidi di zolfo e di azoto, cancerogeni tra i più micidiali. Ma l’inquinamento provocato dall’Italiana Coke rappresentava un serio pericolo anche per l’intero territorio, perché quando le sostanze emesse dalle cimiere dello stabilimento entravano nell’atmosfera e si combinavano con l’umidità, oltre a formare delle microparticelle, che si depositavano nei polmoni, creavano smog e piogge acide, distruggendo le foreste e modificando la flora e la fauna marine. Bruciando carbone si formavano anche gas trasparenti che trasportavano nell’aria mercurio sotto forma di vapore invisibile, il quale ricadeva poi a terra come gocce di pioggia. Nelle masse d’acqua questo elemento, che si trasforma chimicamente in metilmercurio solubile, viene assorbito dalle alghe. Esso, diventando sempre più concentrato, contamina l’intera catena alimentare, causando malattie nella popolazione che consuma molto pesce. La combustione del carbone produceva poi isotopi radioattivi naturali (radon), anche se ad un livello molto basso. Tali emissioni, come il mercurio, uscivano dalle ciminiere senza essere viste, perché incolori. A preoccupare di più sono però altre sostanze cancerogene che si sviluppavano distillando carbone come metalli pesanti tossici (arsenico, piombo, mobdileno, cadmio e rame), enormi quantitativi di polveri sottili (pm 2,5) e gas serra, responsabili del riscaldamento globale e del catastrofico innalzamento dei mari. Inoltre, si producevano anche veleni come benzopirene, diossine, benzene e idrocarburi policiclici aromatici. Lo studio effettuato sugli ex dipendenti della Coka dimostra che queste sostanze non hanno provocato solo cancro ai polmoni, ma anche tumori dello stomaco, del pancreas, del fegato, del sistema emolinfopoietico, sarcomi e leucemie. Infine, tra i derivati della combustione del carbone vi erano nanocristalli di silice, causa di silicosi.
David Chiappuella
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