Meteo
La Radhost, un’altra nave dei veleni
Salpò da Marina di Carrara nel 1987 portando oltre 10mila tonnellate di sostanze tossiche a Beirut
MARINA DI CARRARA. Il 1987 in Libano viene ricordato non solo per la furiosa guerra civile, che lacerava il Paese già da 12 anni, ma anche per una delle vicende più sconvolgenti legate al traffico dei rifiuti tossici trasportati dalle navi dei veleni, nove delle quali, tra il 1986 e il 1988, salparono anche dal nostro porto, con i loro carichi di morte destinati al terzo mondo. Nei giorni scorsi abbiamo parlato della Rigel, cargo maltese partito dallo scalo marinello il 9 settembre 1987, con a bordo 3mila tonnellate di veleni ed affondato 12 giorni dopo, in modo estremamente sospetto, a Capo Spartivento, 20 miglia a sud di Reggio Calabria, seguendo la stessa sorte della motonave italiana Mikigan, inabissatasi nelle acque calabresi il 31 ottobre dell’anno precedente, dopo aver lasciato il porto apuano. Proprio il 21 settembre 1987, data di affondamento della Rigel, un’altra nave partita da Carrara, la cecoslovacca Radhost, sbarcava a Beirut, dopo aver tentato l’esportazione a Puerto Cabello, in Venezuela, carica di oltre 10mila tonnellate di sostanze tossiche. Erano un misto di tutti i possibili rifiuti, solidi, liquidi, pesticidi, prodotti farmaceutici e reagenti di laboratorio. Quelle scorie velenose vennero sbarcate e sversate attorno alla capitale libanese. Si trattava di resti delle industrie chimiche lombarde, raccolti dalla società Jelly Wax di Milano, che stavano per essere ceduti ai contadini di Beirut come fertilizzante, mentre i fusti contaminati, svuotati e ridipinti velocemente, avrebbero dovuto essere utilizzati per conservare le olive sotto salamoia. Azioni che ancora oggi in Libano ricordano bene, perché all’epoca moltissime persone rimasero contaminate e che scatenarono la reazione furiosa delle milizie coinvolte nella guerra civile, pronte a colpire la nostra ambasciata come ritorsione. Quei rifiuti tornarono in Italia due anni dopo, grazie ai fondi del ministero degli Esteri, che incaricò del recupero la Monteco, società del gigante chimico Montedison. Il fatto che parte dei rifiuti caricati in territorio apuano e sbarcati a Beirut provenisse proprio da diverse fabbriche della Montedison non interessò alle autorità italiane. Il viaggio di ritorno di questi veleni avvenne su un mercantile Ro-Ro della compagnia Ignazio Messina, la Jolly Rosso, che lasciò Beirut il 12 gennaio 1989, con più di 9.500 barili a bordo. Pochi giorni dopo raggiunse il porto di La Spezia, dove rimase fino ad aprile, in attesa dell’autorizzazione a scaricare da parte delle autorità italiane. Il nostro governo, soddisfatto, rilasciò una dichiarazione in cui affermava che i rifiuti erano rientrati completamente. Il Libano, però, iniziò a sospettare che non tutti i veleni depositati originariamente dalla Radhost -15.800 barili- fossero stati riportati indietro dalla Jolly Rosso. Questa storia scioccante, insieme a molte altre che coinvolsero il nostro porto, strategico punto di partenza delle “navi della morte”, come anche quelli di La Spezia e Livorno, è raccontata nel volume “Trafficanti” (Laterza) scritto da Andrea Palladino, giornalista e documentarista impegnato in prima linea contro le ecomafie e la criminalità organizzata. Un libro che parla di fatti davvero agghiaccianti, in cui il nome di Marina di Carrara ricorre molte, troppe volte.
David Chiappuella
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google