Il Tirreno

«Noi, avvelenati e dimenticati» I fratelli Manici contestano il libro sulla Zia

«Noi, avvelenati e dimenticati» I fratelli Manici contestano il libro sulla Zia

Al dibattito si parla di posti di lavoro e di ricchezza prodotta dalla zona industriale ma non delle morti. E gli ex Rumianca insorgono

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MASSA - «Raccontare la storia della zona industriale senza parlare dei tumori che essa ha provocato è pura ipocrisia. Noi abbiamo lavorato a lungo alla Rumianca (poi Enichem, Anic e oggi Syndial) e siamo stati intossicati da quello stabilimento. Ma ancora oggi quasi nessuno vuol parlare di queste cose». I fratelli Vittorio e Giancarlo Manici, fratelli anche nella sorte di malati da veleni industriali, non hanno paura a rompere il protocollo. E attaccano il tavolo dei relatori alla presentazione del volume “Zona industriale apuana, II parte: dal 1960 ai giorni nostri”, scritto da Matteo Marchini e pubblicato da Eclettica Edizioni di Alessandro Amorese.

A presentare il libro al teatro Guglielmi, insieme all’autore, Patrizia Vianello, presidente Ambiente Sc, Achille Pardini, presidente del Consorzio Zia dal 1968 al 1987, Cesare Ugolotti attuale presidente di tale consorzio, il sindaco Alessandro Volpi e Giuseppe Baccioli, presidente di Assindustria. A moderare l’incontro, il nostro collaboratore Alessio Profetti. Tra il pubblico Marina Staccioli, consigliera regionale di Fdi e Cesare Micheloni (Fdi), ex consigliere provinciale, che proprio in questi giorni sono tornati a denunciare pubblicamente le morti da tumore tra gli ex lavoratori della Rumianca e la contaminazione tuttora presente nella sua area, con una falda in cui sono state riscontrate sostanze cancerogene in concentrazioni superiori anche 800 volte ai limiti.

Vittorio Manici, 73 anni, ha lavorato in questa fabbrica di veleni per 23 anni (dal ’61 all’83); suo fratello Giancarlo, 66 anni, per 14 (dal ’70 all’84, anno della chiusura). «Io - dice Vittorio Manici al pubblico in sala – sono stato operato di un tumore maligno ai polmoni, mentre a mio fratello, costretto a sottoporsi alla Tac ogni tre mesi, sono state diagnosticate placche causate dalla prolungata esposizione a composti arsenicali». A suscitare lo sdegno dei due ex operai è stato il fatto che nessuno dei relatori abbia voluto parlare della lunga scia di morti e di malattie oncologiche derivanti dal’industria chimica nella zona apuana, che ancora oggi, come dimostra lo studio epidemiologico Sentieri, sono causa nella nostra provincia di oltre 170 morti in più all’anno.

Nel dibattito si è parlato delle migliaia di posti di lavoro (oltre 10mila) creati dal polo chimico a partecipazione statale, ma non dei veleni prodotti dalle fabbriche come Farmoplant, Rumianca, Italiana Coke e delle decine di decessi e delle migliaia di patologie correlate alle produzioni industriali. E allora ci hanno pensato i fratelli Manici. «Visto che hai voluto scrivere un libro su un argomento delicato come il polo chimico – ha rimproverato Giancarlo Manici a Marchini – avresti dovuto dar voce anche ai lavoratori, vittime dell’industrializzazione più velenosa, oltre che al mondo imprenditoriale». L’ex operaio ha inoltre mostrato ai presenti i risultati di un’analisi epidemiologica iniziata nel 1996 dall’ospedale di Careggi e dall’Asl 1 di Massa-Carrara, che conferma un eccesso di mortalità per tutti i tumori tra gli ex dipendenti della Rumianca dal 1950 al 1998, soprattutto a polmoni, vescica e fegato, anche nelle donne. Anche sui veleni sull’Italiana Coke c’è uno studio pubblicato da “Medicina del lavoro” nel 1993, condotto dall’Asl apuana, da quella fiorentina, dal Cnr di Pisa e relativo al periodo 1960-1990, che accerta tra i lavoratori di sesso maschile una mortalità da tumore al polmone doppia rispetto alla media nazionale. «Si tratta di dati storici – ha aggiunto Giancarlo Manici – ma voi preferite non parlarne. Io e mio fratello, invece, siamo pronti a denunciare in Procura gli scempi ambientali a cui abbiamo assistito». I due fratelli avevano con se anche il dattiloscritto di un libro in cui raccontano la loro tragica esperienza lavorativa, tra i veleni più nocivi e senza alcun tipo di controllo da parte degli enti preposti, che però nessuno finora ha voluto pubblicare.

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