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Alluvione, «meglio se non ci fosse stata la cassa d’espansione»

Alluvione, «meglio se non ci fosse stata la cassa d’espansione»

I consulenti, nella lunga analisi: a causa della rottura della breccia principale, 430 metri cubi al secondo in più

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AULLA. La cassa di espansione della Chiesaccia? Sarebbe stato meglio che non ci fosse stata.

E’ questa una delle conclusioni della super-perizia, svolta dai consulenti tecnici della procura - professor Giovanni Menduni, architetto Carla Chiodini e dottor Riccardo Fanti - alla base del recente avviso di conclusione indagini nell’ambito dell’inchiesta sulla tragica alluvione del 25 ottobre 2011 che sconvolse Aulla.

Ne riportiamo alcuni stralci, vi sono alcuni termini tecnici ma sono comprensibili.

Secondo i tecnici, nel giorno dell’alluvione l’acqua avrebbe cominciato «ad entrare regolarmente nella cassa, allagandola progressivamente. Per effetto del perdurare dell’onda di piena e in considerazione delle altezze idrometriche raggiunte, non potendo in alcun modo entrare in funzione lo scarico di fondo, né potendo, come invece immaginato dai progettisti, rigurgitare l’acqua dallo sfioratore stesso, la cassa si è riempita (probabilmente molto rapidamente)».

Quindi, «È iniziata la tracimazione dagli argini lato campagna, con concentrazione del flusso, per motivi legati alla pendenza del fondo, in corrispondenza dell’apice meridionale della cassa, con formazione di una breccia per tracimazione (la breccia principale); concentrandosi una parte del flusso sul tratto interno della grande ansa in cui sorge l’intera cassa, si formava anche la breccia secondaria e le forme erosive associate».

Rilascio improvviso di 430 metri cubi al secondo. «In ogni caso - aggiungono i consulenti - la formazione della breccia principale deve immaginarsi pressoché istantanea, secondo un tipico schema di genesi di una rottura arginale (fenomeno descritto in letteratura scientifica come dam-break), generando il rilascio improvviso del contenuto della cassa che, in una misura stimabile in una portata fino a 430 metri cubi al secondo, andava ad aggiungersi alla portata del Magra. A valle della cassa, l’acqua, così rilasciata, si è immessa direttamente nell’alveo, sicuramente invaso dalla piena in tutta la sua larghezza».

A loro avviso, il tempo di completa formazione della breccia è stimabile in non più di 6-10 minuti e lo svuotamento completo dell’invaso in circa 20-25 minuti.

«Meglio se non ci fosse stata...». I tecnici analizzano tre scenari. Cioè cosa sarebbe accaduto in tre scenari alternativi, ovvero: a) Assenza della cassa; b) Presenza della cassa costruita esattamente secondo progetto; c) Presenza della cassa costruita secondo progetto, con in più un organo di scarico di superficie e/o eventuali argini fusibili.

«Nel primo caso lo scenario è abbastanza semplice: la piena del Magra sarebbe occorsa senza interferenze antropiche e dunque deve ritenersi che la presenza cassa abbia svolto, a seguito della rottura arginale, un ruolo peggiorativo, con un funzionamento diametralmente opposto a quello che tale tipo di opere dovrebbe svolgere. In pratica la cassa ha inizialmente trattenuto un’aliquota della piena, per poi però rilasciarla improvvisamente e quindi accentuando il picco di piena e dunque non laminando (se non inizialmente), ma al contrario concentrando le portate».

«Nel secondo caso - sostengono i consulenti, se cioè la cassa fosse stata costruita esattamente secondo progetto - si deve supporre che lo sfioratore di carico si sarebbe comportato ugualmente, anche se costruito (come da progetto) a quota inferiore. Per quanto riguarda la costruzione degli argini, se essi fossero stati tutti alla quota di 87,20 metri (come da progetto) si deve immaginare una diversa distribuzione dei flussi interni, ma comunque un loro sormonto complessivo. È oggettivamente difficile prevedere se ciò si sarebbe comunque tradotto in una rottura arginale in un punto (fatto possibile) o in uno smantellamento in più tratti degli argini: sicuramente la situazione sarebbe stata nella peggiore delle ipotesi uguale a quella avvenuta (che rappresenta, purtroppo, uno degli scenari maggiormente critici), con possibili alternative di minore criticità. Tutto ciò senza considerare la situazione relativa ai materiali di costruzione che, come detto, nel caso reale potrebbero aver aumentato le possibilità di un sifonamento».

«Se invece, ed è questo il terzo scenario, oltre ad argini di uguale altezza fosse stato presente uno sfioratore di scarico, con magari elementi fusibili, il flusso in uscita si sarebbe concentrato in quel punto e, per quanto il sormonto generalizzato sarebbe avvenuto ugualmente, la situazione avrebbe presentato situazioni di minore criticità».

In conclusione: «Sintetizzando tutte le considerazioni fin qui svolte», i consulenti «ritengono che le criticità complessive dell’opera (progettuali, esecutive e gestionali) abbiano sicuramente svolto un ruolo peggiorativo nell’evento a valle di Chiesaccia (e quindi anche ad Aulla), concorrendo a causare il rilascio improvviso di una portata aggiuntiva, pur non esattamente relazionabile con il transito della portata fluviale di picco».

La genesi del progetto. Il progetto della cassa di espansione di Chiesaccia - spiegano i consulenti - nasce quale variante al progetto di coltivazione e recupero ambientale della cava omonima, finalizzato al reperimento dei materiali inerti utili per la realizzazione del raddoppio della linea ferroviaria "Pontremolese".

Per quanto concerne la cassa, la fase progettuale iniziale fu realizzata, tra il 2000 e il 2001, dalla Società di Ingegneria e Geologia Geode Scrl di Parma, a valle del contratto stipulato il 30/8/2000 tra Rfi e l'Impresa Pizzarotti. La cassa fu originariamente progettata in quattro moduli connessi in serie tra loro mediante sfioratori interni; Il massimo volume invasabile dell'intera opera fu determinato in 1,4 milioni di metri cubi e la sua efficienza fu calibrata sull'evento trentennale.

Ma, fanno notare i consulenti, «Per esigenze connesse con le disponibilità finanziarie fu pianificato, di fatto contestualmente alla fase progettuale iniziale, di realizzare il solo primo modulo (quello più settentrionale), corrispondente a circa il 25% del volume invasabile. Tale scelta portò alla decisione di progettare ciascun modulo, compreso il primo, come elemento indipendente». (m.b.)

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