Italia
L’Inail nega l’assegno ma dopo dieci mesi il paziente muore
La denuncia della moglie: «Mio marito è stato visitato a casa in mia assenza, ma ora chiedo giustizia»
CARRARA. A febbraio, l’Inail ha espresso parere negativo per l’assegnazione dell’Apc (Assegno personale continuativo), dopo aver sottoposto il richiedente a una visita medica domiciliare; dieci mesi dopo, lo stesso richiedente è deceduto per le gravi condizioni in cui versava.
E ora, la moglie, la signora Rosella Biancardi vuole denunciare pubblicamente quanto accaduto al marito, il signor Luciano Gaban che riportò gravi traumi in un incidente sul lavoro nel novembre del 2001 e che, come detto, è poi deceduto a dicembre 2013.
Da quell’infortunio, una lunga odissea.
Nel 2011 per ottenere la legge 104 - agevolazioni per assistenza a persona con problemi - aveva dovuto fare causa e rivolgersi al tribunale di Massa che attraverso una sentenza del giudice Erminia Agostini le aveva dato pienamente ragione.
Il giudice Erminia Agostini, nelle motivazioni della sentenza, scriveva infatti fra l’altro che Luciano Gaban era in stato di gravità «con necessità di intervento assistenziale permanente continuativo e globale nella sfera individuale».
Forte di quella sentenza, la signora Biancardi aveva poi chiesto l’Apc (l’assegno personale continuativo) facendo domanda all’Inail, l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, deputato a simile agevolazione.
Ma nel febbraio del 2013, come detto, l’Inail ha dato risposta negativa, sostenendo che «la consulenza medica legale ha sottoposto l’assistito a visita medica domiciliare ed ha espresso parere negativo».
Il problema, sottolinea la signora Biancardi, è che quella visita «c’è stata senza avvertire, senza che io avessi un verbale, senza un biglietto da visita del medico. Viste le condizioni di salute di mio marito, io lo lasciavo solo soltanto per brevissimi periodi. Mi domando perché il medico pur sapendo che mio marito aveva vuoti di memoria, e come stabilito da altri consulenti tecnici, aveva grossi problemi neurologici, ecco vorrei sapere perché nessuno mi ha chiamato in modo da poter assistere alla visita ed eventualmente intervenire e mostrare la documentazione. E’ una cosa gravissima: se anche quella mattina mio marito fosse stato lucido, aveva però delle crisi continue come accertato da altri specialisti. Mi domando anche - aggiunge - perché l’Inps ha dato la 104 e l’Inail invece non ha concesso l’Apc, non sono entrambi enti pubblici?».
La cosa non finisce qui: dopo la negazione dell’Apc, le condizioni di Luciano Gabn sono peggiorate costantemente fino ad arrivare al decesso dopo circa dieci mesi dal no dell’Inail. «Forse l’istituto Inail pensava che mio marito potesse essere miracolato e guarire? Sono addolorata e amareggiata: se avessi avuto un aiuto concreto, non avrei dovuto fare tutto di corsa: il risultato è che nel frattempo anch’io ho avuto degli scompensi di salute, ma adesso mi rivolgerò al giudice per avere giustizia».
Obiettivo del ricorso, presentato con l’assistenza del sindacato, è di ottenere l’assegno di accompagnamento dal momento in cui era stata fatta domanda: «Abbiamo sofferto 12 anni, ormai mio marito non potrà averne benefici ma credo sia giusto chiedere giustizia per ottenere quanto credo che mi sarebbe spettato».
L’incidente sul lavoro avvenne il 12 novembre del 2001: Luciano Gaban, all’epoca 48 anni, rimase schiacciato contro un container a causa del cedimento di una grossa molla; riportò anche un trauma alla testa, fu trasferito inizialmente a Spezia poi a Genova.
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