Inchiesta “matrioska” con tante sorprese
La Finanza non svela l’identità di altri imprenditori e personaggi coinvolti potrebbero essere già iscritti nel registro degli indagati e intercettati
CARRARA. Un’unica inchiesta “matrioska”, che contiene al suo interno vari livelli e sorprese. E’ quanto sta emergendo giorno dopo giorno, da quando, il 23 settembre scorso, è scattato il blitz della Finanza che ha portato al sequestro di materiale e computer in cinque aziende del settore lapideo, ipotizzando frode fiscale e riciclaggio connessi con l’evasione fiscale nella compravendita di blocchi di qualità pregiata.
Da quel giorno, ha acquistato visibilità un’inchiesta che andava avanti sotto traccia da un anno almeno.
Ad oggi, sono emersi i nomi di nove indagati: i tre fratelli Venezia, Eugenio, Giuliano e Maria Pia e la loro società Venezia Brokers; l’imprenditore Nicola Fontanili; Kapur Munish, amministratore di una società del lapideo; Giovanni Simonelli, il figlio Andrea e la moglie Luciana Chiesi, autisti. Ma l’impressione è che, già oggi, gli iscritti nel registro degli indagati, iscritti in modo da poter essere intercettati e pedinati (e fotografati) a loro insaputa, siano decisamente di più.
Quasi certamente i due imprenditori, noti, citati nell’informativa della Guardia di Finanza e già a disposizione delle parti. Ma anche altri personaggi del settore, che finora sono rimasti coperti dietro una sorta di omissis, e che erano i “collettori” dei contanti. Anche gli indiani citati sono più di uno, oltre a Kapur Munish, soprattutto commercianti di gioielli.
Nell’inchiesta “matrioska”, per ora è stata aperta una sola scatola; ma quando la discovery sarà completa, le sorprese non mancheranno.
Anche perché la Finanza non ha molto gradito di aver constatato, nelle intercettazioni telefoniche, come le quotazioni del materiale lapideo siano notevolmente superiori in media, a quelle che le Fiamme Gialle stesse riscontrano, cioè le quotazioni “ufficiali” indicate nella documentazione fiscale che viene messa a disposizione nelle varie attività ispettive.
Insomma, magari non sarà lavoro di oggi, ma un po’ di cose che non tornano sono emerse: con prezzi che arrivano a 4mila euro, e comunque di norma sopra i 2.700 euro per i materiali pregiati, probabilmente la Finanza rifarà una visitina in alcune ditte a farsi dire come mai, per le Fiamme Gialle, quei prezzi non risultavano nella contabilità e invece per i compratori sì.
Insomma, forse, dopo tanto scriverne, questa volta il sistema sembra davvero scoperchiato. Dazi o non dazi, chi continuerà a mettere in atto compravendite “cash and black” sarà davvero un kamikaze.
Fino al 23 settembre, comunque, gli indagati già conosciuti - secondo quanto ricostruito dalla Guardia di finanza - hanno operato in modo frenetico per fornire blocchi sottofatturati e aggirare così sia il fisco italiano che il dazio indiano. Lo ripetiamo: in questa fase siamo solo nelle indagini preliminari, le difese presto scopriranno le loro carte e, ad esempio, una delle linee che sta emergendo è quella di considerare il passaggio di denaro extra fattura come un illecito amministrativo. Il fatto di essere indagati non equivale certo a una sentenza.
Le ricostruzioni della Finanza sui pagamenti in nero sono suffragate da intercettazioni, pedinamenti e appostamenti. A marzo c’è grande fermento: in una occasione, viene consegnato denaro contante a “due imprenditori carraresi” non nominati (poi identificati dalla Finanza, ma in questa fase non citati); in una successiva, come abbiamo riferito ieri, da Carrara si parte per andare a Milano, a ritirare da un gioielliere 75mila euro, di questi, 72.500 vengono consegnati a un “imprenditore italiano”. Sempre a marzo: in auto un “soggetto italiano” viene portato a Milano a ritirare da un cittadino indiano 50mila euro. Il giorno dopo, vengono ritirati da un grossista di gioielli e orologi indiano, a Milano, 50mila euro. Sempre a marzo: in un hotel viene ritirato del contante, portato ad una ditta di gioielli.
L’impressione a questo punto è che i gioielli fossero l’escamotage per creare il “nero”: l’India è il più importante produttore al mondo di gioielli, forse l’acquirente del blocco in India saldava il surplus fra prezzo in fattura e prezzo vero in gioielli, poi ritrasformati in contante nel ricco mercato di Milano.
I pagamenti in contanti proseguono: il 21 aprile, il socio di una ditta di Roma viene identificato dalla Finanza, dopo essersi incontrato con uno degli indagati che gli ha consegnato a Firenze 14mila euro. Anche a maggio, altro viaggio da un grossista indiano di gioielli e orologi a Milano: a casa di uno degli indagati, al rientro, si presenta un “imprenditore carrarese del settore lapideo”; il giorno dopo, un altro “soggetto italiano” viene incontrato in un piazzale sull’Aurelia. Insomma, gli indagati conosciuti oggi sono nove, ma sul registro degli indagati, intercettati da mesi, potrebbero essercene già di più.
Massimo Braglia
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
