Waterfront, sono andati a Savona i 27 milioni destinati a Carrara
Una delibera del Comitato portuale ha ufficialmente trasferito nel Ponente ligure i fondi statali Lo stanziamento romano era del lontano 2005, ma per otto anni nessun progetto cantierabile
CARRARA. I soldi se ne sono andati e chissà se mai ritorneranno. E’ stata pubblicata la delibera del Comitato portuale con cui, ufficialmente, il mutuo che lo Stato aveva assegnato nel lontano 2005 alla nostra Autorità Portuale per realizzare opere portuali infrastrutturali (in sostanza, il waterfront), viene passato pari pari alla Autorità portuale di Savona. Soldi veri, spendibili, che per oltre otto anni sono rimasti nella disponibilità della Port Authority carrarese, depositati alla Banca San Paolo (oggi Intesa San Paolo) e che invece, per una cifra di 27,3 milioni di euro, sono andati nel Ponente Ligure.
Se può valere come motivo di piccola e magra consolazione, anche altre Autorità portuali, in misura minore, hanno dovuto girare i loro soldi fermi a Savona, perché l’Authority ligure aveva già un progetto approvato, ovvero la mega piattaforma Maersk. Tecnicamente si tratta di una “multipurpose” che sta sorgendo a Vado Ligure, la cui costruzione è cofinanziata da Apm Terminals (società di Ap Moeller Maersk), che la gestirà per un periodo di 50 anni. Il costo dell’opera è di 374 milioni di euro, l’Autorità portuale savonese ha chiesto un finanziamento alla Banca Europea da 187 milioni, e in più ha raccolto i soldi non spesi dalle altre “colleghe”. La piattaforma avrà una superficie di 21 ettari in grado di accogliere navi da 13-14 mila teus (tonnellate equivalenti). Pochi mesi fa i lavori erano al 16%, la piattaforma oltre a ricevere le grandi navi contenitori sarà attrezzata come terminal per le rinfuse liquide, e sarà operativa nel gennaio del 2017. Insomma, oltre ad aver preso soldi inizialmente destinati a Carrara, la nuova piattaforma (che avrà a terra gli operatori Maersk) farà ulteriore concorrenza al nostro porto, non tanto sui contenitori quanto su altre tipologie merceologiche.
La delibera del Comitato portuale, per altro, non fa che prendere atto di una realtà ben conosciuta; le lungaggini nell’approdare a un progetto condiviso hanno dato l’ennesima mazzata al territorio: un investimento da 27 milioni di euro avrebbe prodotto posti di lavoro nell’immediato e soprattutto riqualificato l’interfaccia porto-città.
Ovvio che non è possibile spendere senza raziocinio, ma il tempo ci sarebbe stato. Ormai è acqua passata. Adesso, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, è una corsa contro il tempo per cercare di riavere dei finanziamenti, ma i tempi sono cambiati. Il rischio enorme è che chissà quando lo Stato potrà intervenire con 35,5 milioni (a tanto è stato aggiornato il costo odierno del waterfront). Il progetto attuale piace, il presidente dell’Autorità Portuale Francesco Messineo da quando è arrivato sta cercando di forzare i tempi per arrivare a progetti cantierabili, gli unici sui quali è possibile chiedere interventi concreti. L’Autorità portuale ha anche pronto un “piano B”, cioè finanziare direttamente circa otto milioni pagando il mutuo con il canone delle strutture che saranno realizzate nell’area in cui vi è ora il cosiddetto “bronx” e nell’area di via Rinchiosa, ma serve comunque un finanziamento pubblico portante a cui eventualmente aggiungere questi soldi.
E anche per l’ampliamento del porto, per il quale - sulla parte carrarese - la Port Authority sta andando avanti, il rischio è di trovarsi poi di fronte al nodo dei soldi. L’auspicio è che la crisi finisca e, soprattutto, che la lezione sia servita a qualcosa: certi treni non passano tutti i momenti. (m.b.)
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